Category: giornalismo


 

Atenei in rivolta il numero del legal team 06491563 in caso di necessità! importante!


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FQ goes viral

il Fatto Quotidiano e la campagna virale.

Leggo oggi su La Stampa, il solito pezzo banale e poco etico, visto che si parla di Haiti. Un chirurgo italiano salva gente con l’iPhone. Di per sè, nulla da ridire, la tecnologia è cosa seria e serve non solo a giocare, anzi. Il problema è che deontologicamente parlando, il giornalismo, dovrebbe stare attento alle figure retoriche che usa. L’iPhone non è sinonimo di tecnologia, è solo uno dei tanti dispositivi, forse il migliore, siamo d’accordo, con il quale accedere ad internet in mobilità. La stessa operazione di salvataggio la si poteva fare con qualsiasi altro smartphone. IPhone è un marchio registrato e la sineddoche trasforma la cronaca in pubblicità. Se delle persone sono vive lo si deve allora a tim berners Lee papà del web, ai milioni di sviluppatori che scrivono codice open source che fa funzionare i web server e quindi a Rob McCool primo sviluppatore di Apache, agli sviluppatori di twitter e l’elenco potrebbe continuare per un bel pezzo. Alla fine ringrazierei anche la  Apple di Steve Jobs che l’oggetto, bello,  però se lo fa pagare ben 600 euro.

Non entro nella vicenda Boffo/Feltri perchè si commenta da se e Travaglio smonta la cosa che se non fosse gravissima farebbe ridere.

ci sono un paio di cose però che riguardano il linguaggio che sono davvero interessanti e spia di come ormai siamo abituati all’aberrazione di qualsiasi elementare regola deontologica e democratica.

Dice feltri, nel suo editoriale, nell’intento di avviare una campagna contro i falsi moralisti, che  sarebbe ora di smascherare: “…cominciamo da Dino Boffo”.

Cominciamo? Usare questo verbo implica almeno tre  preoccupanti fatti:

  • che hanno una serie di dossier o bufale create ad arte per intimidire diversi personaggi
  • che usano un giornale non per fare informazione ma per massacrare e manganellare i “nemici”
  • che hanno notizie che non pubblicano subito ma si conservano per farne un uso mirato

Fatti che già basterebbero a sbattere fuori il direttore de il Giornale dallìordine dei Giornalisti.

Ma anche le argomentazioni ed il linguaggio usato sono la spia che ormai il punto di non ritorno in questo paese è superato da un pezzo.

Nella “informativa” che poi è una lettera anonima, bufala si legge.

Il Boffo è un noto omosessuale già attenzionato (un raccapricciante neologismo inventato da solerti e acculturati redattori) dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni….

Se fosse vera, ui una notizia si sarebbe. Se non smentito dal Ministero degli Interni e dal Capo della Polizia di Stato, apprendiamo che la Polizia di Stato metterebbe sotto controllo un cittadino non perchè condannato per molestine (non sessuali) o  visto in compagnia di un mafioso, ladro, magnaccia, psicopatico, truffatore. no ma perchè noto Omosessuale.

Ora qualcuno sa dirmi da quando in qua il proprio orientamento sessuale costituisce notizia di reato? Forse che nel pacchetto sicurezza, non ho fatto attenzione, hanno introdotto l’omosessualità nel codice penale, insieme al nuovo reato di clandestinità?

W l’Italia.

Bel paradosso sarebbe che proprio la Chiesa Cattolica si trovasse a dover difendere i diritti degli omosessuali per proteggere un alto prelato.

Bel paradosso che ultimo baluardo della democrazia e dei diritti civili sia l’istituzione che si è opposta contro la moratoria dell’Onu contro quei paesi che ancora considerano l’omosessualità un reato nel dicembre del 2008, facendone una questione di lana caprina in nome della coerenza proprio a firma del malcapitato Dino Boffo.

Ma non c’è pericolo. La logia è la stessa con la quale lo Stato ha condotto le trattative con la mafia che sta racontando il figlio di Ciancimino. Prima un bel colpo e dopo ci sediamo a tavolino. Perchè continuare a farci del male reciprocamente quando, in fondo, tutti abbiamo qualche scheletro nell’armadio. Meglio concentrarsi contro clandestini, omosessuali, cittadini che reclamano lavoro e diritti fondamentali prima che rialzino la testa.

Tra Feltri e Boffo la democrazia è davvero in buone mani.

Mlist colpisce ancora e mi stimola riflessioni fiume. Mi odieranno. Ecco l’ultimo intervento sul thread lanciato a proposito dei rumors su splinder.

E’ da maggio che la notizia ballonzola
tra commenti e smentite,  ripresa il 10 agosto da Finanza e Mercati
(Bloomberg). Se ne parla su Pandemia di Luca Conti
e sul blog di Muro Lupi

Il rischio di bolla c’è. 20
milioni sono tanti. Ma diciamolo, valutare un’impresa come splinder
non è semplice e non lo si può fare con la logica
economica classica. Ci sono alcuni elementi fluidi che a saperli
interpretare correttamente, probabilmente, varrebbero una bella
cifretta a chi ci riuscisse.

Il rumore di fondo generato dalle cifre
sparate a vanvera non aiutano certo a chiarire la situazione.

Lo stesso Milano Finanza che a maggio
dava 4 milioni di utenti di splinder ne riporta, ad Agosto, 300.000.
La differenza non è irrilevante anche perché la cifra
della transazione resta 20 milioni.

L”unico dato assodato è che i
blog su splinder sono 200.000 circa e sono in crescita.

Proviamo a fare qualche considerazione.

un elemento fondamentale per la
valutazione di una piattaforma come splinder è la tecnologia
per la profilazione degli utenti che c’è sotto. e qui non se
ne sa un granché.

Val la pena sottolineare come alle
radici di splinder ci sia Tipic, un’azienda che produce Istant
Messagging, servizi wireless e Voip in tutto il mondo (anche a
tiscali se non ricordo male) con un forte know how tecnologico e
capacità di sviluppo (http://www.comesifaunblog.it/?p=354)
. Il tutto impiegando qualche decina di persone.

tutto ciò implica che il modello
di business non è fondato solo sulla raccolta pubblicitarie e
vendita di servizi per il blogging a pagamento ma ha altre valenze
strategiche.

Se la raccolta pubblicitaria è
forse l’elemento più fragile è anche vero che il gruppo
RCS ha a disposizione il know how e le strutture più che
sufficienti per sfruttare al massimo anche questa fonte dei ricavi.

Se guardiamo alle evoluzioni del
mercato editoriale, gli editori tradizionali dopo un primo periodi di
diffidenza non ignora più il fenomeno blog. Repubblica e
Kataweb e la Stampa si sono appoggiate su Typepad, altra piattaforma
tra le più diffuse nella blogosfera.

Il mondo dei bloggers è un mondo
di lettori e scrittori, il target naturale di un editore. Il fatto di
aver a disposizione una piattaforma che permetta di profilare in
maniera sofisticata il propri target non è certo da
sottovalutare. Le strategie di sfruttamento sono diverse e una scelta
la si potrà fare solo dopo aver provato il giocattolo. Dalla
business intelligence al commercio elettronico, passando per i
contenuti audio video, la musica e chi più ne ha più ne
metta. In fondo 20 milioni investiti in un’ottica di convergenza
digitale non sembrano poi tantissimi in un mercato come quello
dell’editoria che è in magmatica crescita.

Ma il discorso si può
approfondire entrando nell’alchimia dell’economia delle comunità
virtuali.

Dare strumenti di comunicazione ai
propri utenti è uno dei cardini della strategia che mira a
trasformare comunità virtuali in imprese che creano valore
dall’intermediazione di informazioni.

Per capire a fondo questi modelli ci
sono un paio di libri fondamentali: Net Gain e Networth, entrambe
scritti da J. Hagel III e co autori. Senza entrare nel dettaglio
(qualcosa ho già scritto qui
http://scriptavolant.net/blog/?p=89.

In estrema sintesi la tesi sostenuta
dal libro è la seguente. La rete, il web e quindi le virtual
communities hanno una caratteristica: riducono le asimmetrie
informative tra chi vende e chi compra. Aumentano la trasparenza dei
mercati e spostano potere contrattuale dai primi ai secondi. Saper
creare e gestire comunità virtuali è l’unico mezzo
per difendersi, anzi guadagnarci tutti.

Ciò implica imparare velocemente
a:

1) contenuti interessanti

2) fedeltà dei membri

3) profilazione dei membri

4) strumenti che facilitino e migliorino le transazioni on line

Ogni Virtual community ha un suo ciclo di vita che grosso modo
prevede il passaggio sotto le seguenti forche caudine:

1) generare traffico sufficiente a raggiungere una massa critica
(il vero valore della rete, se il telefono lo avessero solo due
persone non servirebbe ad un granché, per capirsi)

2) concentrare il traffico, ovvero assestare i contenuti sui
profili dei propri membri

3) blindare i membri, facendo in modo che il valore che ottengono
dalla community sia superiore al costo di abbandonarla.

I blog sanno fare egregiamente tutte e
tre le cose.

Ragionando sui numeri poi ci si accorge
che:

lettori quotidiani del corriere della
sera sono 2700000, quelli di repubblica 3000000 e anche se fossero
veri veri i 4.000.000 di utenti unici al mese dichiarati da splinder
la differenza non è poca. Ma di qui lettori la RCS non sa
nulla e il costo di produzione di un quotidiano nazionale sono
incomparabili.

Anche le divisioni internet dei
quotidiani sono costose (tutti si ricordano il bagno di sangue di
kataweb) con splinder e gli user generated content probabilmente
potrebbero calare i costi del corriere.it.

E per concludere il podcast e la
telefonia. La piattaforma di splinder supporta il moblogging e il
podcasting. La possibilità di inviare post dal telefonino il
primo, quello di caricare file audio da e verso blog e ipod. E voi
specialisti del marketing mi insegnate che se vi telefonano, il gioco
è fatto. Avete messo una mano in tasca ad un bel po di utenti.

non so se tutte queste considerazioni
valgano l’investimento di 20 milioni. biognerebbe stare nella stanza
dei bottoni di rcs per saperlo e analizzarne le finanze ma rendono
forse meno “folle” l’idea.

powered by performancing firefox

powered by performancing firefox

Ho seguito gli attimi frenetici prima della chiusura dei seggi palleggiandomi tra i principali quotidiano on line e i blog di Mucignat e Mantellini che erano ospiti della SWG, casa di sondaggi Triestia a cui va il paluso per il coraggio di aver scelto internet come strumento per la rilevazione degli istant poll. Al di là del commento politico, per scriptavolant interessante è confrontare appunto le metodologie utilizzare per gaurdare nella sfera di cristallo. Gli istant poll li forniscono in monti facendo ricorso a diverse metodologie statistiche ma rilevando i dati sul territorio. In passato il vis a vis si è dimostrato foriero di problemi e cantonate, celebri le bandierine di Fede. La domanda ora è. Internet è affidabile come strumento di rilevazione statistica. Vedremo nei prossimi giorni confrontando i diversi risultati forniti dai sondaggisti off line e la SWG che si è appoggiata a libero.it per raccogliere i dati.

A caldo noto una differenza di prudenza. Sul corriere.it e da repubblica i cui server mentre scrivo sono già andati giù i dati mostrano forchette più ampie (4 punti pecentuali) mentre la SWG si sbilancia restringendo i dubbi ad un 1%. Se dovesse essere confermato complimenti perchè internet vince 3-0 la partita dei sondaggi dimostrando che a saperlo usare ed interpretare è un mezzo prodigioso anche per i politici.

Nel frattempo è andato giù pure repubblica mentre i bloggers resistono e restano di fatto l’unica fonte alternativa di informazione in tempo reale oltre la TV

i dati:

camera:

Camera

senato

Caro Beppe, non è la prima volta che ti sento lanciare strali sulla televisione digitale terrestre e così com'è, la cosa, va anche bene. C'è un ma. Come tante cose italiane, andrebbe rivista, in se e per se, però,  la tencologia DVTB, non sarebbe tanto male.

Mette a disposizione tante delle potenzialità di internet in maniera semplice e, soprattutto, alla quasi totalità delle persone. 1 televisore a testa ce l'hanno tutti. Con il canale  di ritorno e la banda larga, necessaria anche per internet, la TV diventa un'altro monitor sul quale consultare i siti e procurarsi informazione libera. Il problema non è la tecnologia, quindi ma le "duesorelle" e la situazione di monopolio assoluto dei canali televisivi che si regge sul sistema delle concessioni.

Poche sono le aziende che forniscono applicazioni per la TV digitale e poche resteranno fino a quando, l'unico cliente, sostanzialmente è lo stato e 1 gruppo di TV commercilali. Oggi sono addirittura la stessa cosa.

Senza pluralismo a farsi benedire non è solo l'informaizone libera ma tutto un settore economico che darebbe invece lavoro ed innovazione.

Esistono iniziative per il software libero anche nel campo della TV digitale terrestre (java.tv e linux.tv, tra le altre) solo che per aver accesso ai "canali" bisogna sborsare un sacco di soldi e quand'anche facessimo una bella colletta, il "padrone" che di soldi non ne ha pressante bisogno può decidere comunque di non farti entrare.

L’economia dell’accesso (J. Rifkin per capirci), riguarda oggi tuttti i media e non solo internet. Web radio, televisioni di strada sono tutti fenomeni dal basso che non riescono ad emergere perchè il diritto in materia è vecchio e ci tiene a restare tale per difendere gli interessi consolidati di chi lo ha fino ad oggi interpretato ad arte e addirittura lo scrive. Aggiungiamoci problemi di usabilità e barriere culturali all'adozioni e di nuove modalità di fruizione dei contenuti televisivi.

Bisognerebbe dare spazio anche a queste tematiche per creare un movimento di opinione che chieda a gran voce la libertà di esprimersi in TV con i propri mezzi senza avere a fianco Maurizio Costanzo o “suo marito”, Bruno Vespa o il suo padrone e via discorrendo. Il regime concessorio (orribile sto neologismo) aveva un senso quando nell'etere ci passava un numero ristretto di canali ma oggi, grazie alla TV digitale i canali possono aumentare da 4 a 6 volte. La DTT in questo senso aiuterebbe le tue proposte per l'informazione libera.

Il problema oggi è come riempirli, i canali che in più che la DTT offre. Allo stato attuale vengono praticamente duplicati quelli già disponibili sulla TV generalista, il che non sembra un colpo di genio. Le funzionalità dei decoder e nuove applicazioni potrebbero permettere una gestione dei palinsesti fatta direttamente dalgi utenti e non dai produttori TV. Palinsesti personalizzati ed integrati anche con altri contenuti reperiti sul web attraverso il canale adsl che ormai è disponibile su tutti i decoder.

Oggi quel canale è chiamato di "ritorno" perchè deve essere sfruttato per permettere algi utenti di interagire con i programmi e sporattutto di "acquistare", gurda un pò potrebbe essere utilizzato aanche come canale di "andata" per rovesciare nei salotti degli italiani immagini, testi e suoni che abbiano un senso e permettergli di intergire con chi "trasmette".

L'educazione ai nuovi linguaggi dei nuovi media è un'altra variabile critica. La DTT e internet (i blog in particolare) sono portatori di un nuovo modello di comunicazione. non più broadcast ovvero costanzo parla ed io sul divano ascolto o cambio canale ma narrowcast, ovvero Costanzo cerca di parlare e io prima di cambiare lo posso mandare a quel paese. 

La TV digitale terrestre potrebbe essere un'occasione di libertà se solo qualcuno si impegnasse per chiederla questa benedetta libertà. Purtroppo la sinistra anche in questo caso non è che spenda il massimo dello sforzo e della creatività anzi. La prima notizia che mi ricordo da quando Petruccioli è presidente del CDA RAi è Pippo Baudo che torna a condurre Domenica In. Che innovazione!

Il conflitto di interessi fail resto.

Che siamo entrati in una nuova era del web lo si intuisce dalla massa incredibile di servizi e applicativi basati sul social software, ajax e altre diavolerie che ci sta investendo. Che al centro di questa rivoluzione che tutti chiamano Web 2.0 ci sia Google è altra cosa evidente. E Google World è il nome che il Prof Ansag Zefrab ha dato all’ultima era della comunicazione. Il Google World è figlio della Internet Galaxy, della McLuhan Galaxy e della Google Galaxy. In uno schemino utile ed efficace,presentato al Euroblog 2006 Research Symposyum, il Prof declina una serie di attributi che caratterizzano l’evoluzione dei modelli della comunicazione. Tra i più importanti caratteri della nuova era ci sono, e sarei daccordo, la Digital Reputation che è il collo di bottiglia da superare per sfangare nell’era di Google e l’Autenticity che è il fattore di successo per ottenerla. Le due virtù sostituiscono, rispetivamente la credibilità che le .com dell’era Internet perseguivano per catturare l’Attenzione scarsa degli utenti a suon di investimenti fallimentari e la copertura totale con la quale nell’Era McLuahn, la televisione designava i temi sui quiali la pubblica opinione si esprime (la cosiddetta teoria dell’agenda setting sulla quale tanto si è discusso e si discute). Della cosa sono convinti anche i ricercatori dell’università di Standford che lavorano al Web Credibility Project. I ragazzi stanno cercando di rispondere a domande fondamentali per chi vive di Web:

  • Quali sono le cause che rendono credibile o meno agli utenti l’informazione sul web?
  • che strategie usano gli utenti per valutare la credibilità sul web
  • Quali sono i fattori contestuali e quali legati al design che le influenzano?
  • Perchè e come i fattori di credibilità sul web differiscono da quelli per altri mezzi di comunicazione e per la comunicazione faccia a faccia?

Il sito è al limite del commercio elettronico tanti sono i rinvii all’acquisto di materiale per approfondire i risultati sulla ricerca ma per motivi didattici un professore universitario che voglia insegnare la web credibility può richiedere i materiali al Prof  BJ Fogg.

Spulciando nel sito troviamo comunque qualcosa di interessante : i primi dieci fattori nel design che rendono credibile un progetto. Appeno riesco a mettere le mani sul materiale posto qualche idea.

Unica eccezione ai temi del blog, il post sul duello Tv Prodi Berlusconi è un atto dovuto. L’ho seguito al caffeè letterario di Roma, covo conciviale di nessuno Tv con il pregiudizio che dava un Prodi Balbettante contro il premier comunicatore ed editore. Sono stato smentito. Ho visto un Berlusconi stracotto, ripetere la solita trafila, stanco di una volata mediatica, iniziata con troppo anticipo. Intento a scarabboracchiare nervosamente sul foglio bianco come il suo programma , ossessionato dal dubbio di non aver comunicato a dovere la sua azione di governo che tanto gli dev’essere costata, il premier non guarda mai in camera ed è poco incisivo. Un Prodi, gigione e pimpante, paterno e autoritario, parla a braccio,chiede addiritture rispetto e sbeffeggia il premier su dati, cifre e slogan. Cicca un clamoroso goal a porta vuota quando il Premier incalzato sulla questione del parlameto pieno dei suoi dipendenti dice di ricordanrne solo tre. Se il boun Romano gli avesse chiesto di fare i nomi si sarebbe riso a crepa pelle.

“Il paese ce la può fare a riprendersi, se pensiamo alla solidarietà, alla meritocrazia al dialogo. Possiamo organizzare un pò di felicità anche per noi. Le capacità ci sono”, “Il conflitto di interessi va affrontato come in ogni paese democratico”. Prodi Guarda al futuro e propone il programma, Berlusconi si difende e propagnada l’azione di governo. Per sua stessa ammissione alla fine commenta laconico: “non siamo, non sono riuscito, personalemte, a spiegare al paese quello che abbiamo fatto di buono a causa delle regole sul dibattito volute dalla sinistra, liberticida.
intanto infuriano sui quotidiani on line e i blog ed commenti, audio e video: Repubblica.it e la RAI. Il palamès dei blog va Marco Montemgno e blogosfere che fanno la cronaca in diretta. Inutile sotto il profilo cronachistico, c’è la Tv, preziosa per la momoria breve termie e i commenti a caldo.

Unico rammarico non avere avuto con me telecamera per fare riprese ed interventi. Al prossimo appuntamento non manchetò

Per chi, come il sottoscritto, ha sognato per anni di fare il giornalista e ha poi gettato la spugna, i blog sono una mano santa. Non sono nemmeno un blogger della prima ora prorpio per eccesso di zelo giornalistico. La versione intimista con cui si è manifestato inizialemente il fenomeno mi ha spinto lontano. Tant’è, quando il fuoco arde, c’è poco da fare. Ho approfindito il tema blogs e ne sono oggi un convinto sostenitore. Tanto da costruirci una professione sopra. Anche le polemiche e gli attacchi corporativi dei giornalisti ai blog mi hanno spinto in quella direzione. Se protestano vuol dire che la cosa è più importante del preveisto. Per questo quando ho visto che Nòva de il Sole 24 ore apriva un blog e, addirittura, accettava articoli da “aspiranti”, quasi sono caduto dalla sedia. C’avevo pure un pezzo pronto da sparare in redazione. Poi cosa ti leggo? Conflitto di interessi; e vada, anche se qualcosa da discutere ce lo avrei mi sembra giusto ma il limite di età, quello, no lo capisco. Ho visto che il dibattito si è acceso e che qualcuno già profila un cambio delle regole; speriamo. Io quasi quasi il pezzo lo mando lo stesso. La notizia c’è, il pezzo è buono, conflitto di interessi o meno mi verrebbe di rompere le regole ed essere immediatamente cestinato. Ci penserò.

Comunque sia tutta la mia stima e in bocca al lupo per l’iniziativa. Sepriamo non chiudano i commneti e il track back almeno.