Category: barcamp


il tavolo n° 8 Individuo e Innovazione

L’ho fatto decantare questo post per un paio di giorni. Per raccontare l’esperienza al Barcamp Innovatori PA.

L’ho fatto decantare questo post per un paio di giorni, per raccontare l’esperienza al Barcamp Innovatori PA per bene. Splendidamente organizzato in una delle sale della Meeting Hall del Forum PA e pieno, pieno di gente, Innovatori PA è stato un Barcamp importante rispetto a tutti gli altri perchè ha messo in contatto due mondi che, fino ad oggi, viaggiavano paralleli. Quello della cultura e della partecipazione dal basso, i nomadi della rete che ogni tanto si riuniscono per continuare l’incessante dibattito in rete e quello dell’organizzazione gerarchica, della burocrazia e della legge tradotta in pratica amministrativa che ha bisogno di innovarsi e di innovare i modi di innovarsi.

Al barcamp non si sono ritrovati rappresentanti di uffici, amministrazioni, sigle sindacali, aziende e politica ma individui, cittadini che svolgono la loro attività professionale e di servizio in queste entità. Non è una questione di lana caprina ma un ribaltamento di prospettiva che tutto d’un tratto si è concretizzato attorno una decina di tavole rotonde alle quali ognuno ha potuto dare il suo contributo.

Al Tavolo numero 8 il tema era proprio questo: Individuo e innovazione e, nelle intenzioni di chi scrive e ha fatto da “relatore” c’era la volontà di porre l’accento proprio su come, un singolo individuo possa contribuire ad innovare anche se l’organizzazione nella quale lavora, non comprende, rema contro o semplicemente non è strutturalmente in grado di accogliere il cambiamento. Apparentemente.

Apparentemente perchè basta saper cogliere i segnali e tralasciare le aspettative personali per riuscire ad innescare dei cambiamenti. Un segnale, si è acceso subito, ancora prima che la discussione partisse.

Al tavolo si è aggregato dopo una breve presentazione del tema il Vice Sindaco di Venezia. Una specie di metonimia perchè nelle mie intenzioni c’era proprio quello di introdurre il tema della politica come espressione massima dell’innovazione. Allo stesso tavolo sedevano una decina di persone individui, di cui non riporterò i nomi, (possono lasciare un commento loro al post per presentarsi e dire la loro) come non ho fatto il nome del politico Veneziano, perchè anche se il tema era individuo e innovazione, la parola individuo nella sfera della PA muta la sua accezione.

L’individuo è lo stato, conta e deve contare ma non rappresenta se stesso ma i cittadini e lavora e dovrebbe lavorare per loro.

Lo sò, sono parole che sembrano fuori dal mondo ma nonostante la realtà sia problematica restano vere. L’individuo, nella PA, fa e deve fare politica. Fissarsi degli obbiettivi e lavorare, innovare e migliorare la pubblica amministrazione significa fare poltica.

Al Tavolo numero 8 abbiamo cominciato una discussione per vedere di costruire una piccola guida che aiuti l’individuo a realizzare, in piccolo, l’innovazione. Ho raccontato la mia esperienza alla Sapienza e di come, a mio modo di vedere, in qualsiasi ufficio ci si trovi, si possa cercare di innovare con pazienza e determinazione ma sopratutto cercando di lavorare sulla semantica per ampliare la propria sfera di competenza e costruire “organizzazioni” a legame debole. (i barcamp sono un esempio lampante di questo tipo di organizzazione).

Facendo accenno ad un libro che mi ha colpito molto in passato, The Starfish and the Spider: The Unstoppable Power of Leaderless Organizations di Ori Brafman and Rod Beckstrom, si è seduto al tavolo un nuovo tipo di dipendete pubblico: Il catalizzatore.

Vorrei approfondire qui il tema che, nel seguire, la discussione forse non ho esposto chiaramente. L’individuo che vuole fare innovazione (leggi politica, non nel senso partitico ovviamente che, ormai, non è più senso) deve trasformarsi in un catalizzatore ovvero un individuo con le seguenti caratteristiche (Brafmam e Beckstrom sempre)

  1. prova un interesse genuino nelle altre persone
  2. predilige un elevato numero di relazioni “deboli” piuttosto che poche, strette e vincolanti
  3. ha una attitudine al social mapping.(termine diffice da tradurre in italiano)
  4. sono inclini ad aiutare chiunque glielo chieda
  5. hanno la capacità di aiutare le persone ad aiutare se stesse ascoltandole comprendeno piuttosto che dando dei consigli
  6. sono dotate di intelligenza emozionale.
  7. hanno fiducia negli altri e nelle reti distribuite
  8. sono loro malgrado degli ispiratori
  9. sopportano l’ambiguità.
  10. adottano strategie discrete (A hands-off approach) senza interferire o cercare di controllare il comportamento degli altri componenti la struttura decentralizzata.
  11. sanno abbandonare l’organizzazione che hanno creato. dopo avre costruito una struttura decentralizzata i catalizzatori la abbandonano piuttosto che tentare di mantenerne il controllo.

Apparentemente non c’è niente di più di quello che serve a far un buon cittadino. Allora cos’è che colpisce nella semplicità di questo approccio?

Riflettendo su quanto emerso durante la discussione credo che a far la differenza tra il buon senso e la banalità siano i punti 2, 9, e 11. Fino ad oggi, per sfuggire al meccanismo disumanizzante della burocrazia o per far valere i propri diritti e quelli dei cittadini di fronte a storture e inefficenze, si è dovuto cambiare famiglia di appartenza: dallo stato ad un partito, un sindacato, un gruppo portatore di interesse.

Tutti, comunque, tipi organizzativi fondati su legami forti e vincolanti (ad una persona, ad una ideologia ad una opportunità). Oggi grazie ad inernet le intermediazioni di queste strutture non sono più in grado di reggere e l’individuo ha l’opportunità di mantenere legami deboli ma efficaci con un numero elevato di altri individui che condividono il suo stesso modo di vedere le cose. Ha gli strumenti per organizzarsi e lavorare e raggiungere una massa critica, in taluni casi, anche notevole. Massa che lo aiuta ad innovare.

Nel Libro citato si fanno numerosi esempi di organizzazione decentralizzate e a legame debole “loosely coupled“. (Alcolisti anonimi, al Queida etc…). Al Barcamp Innovatori PA c’erano molti alcolisti anonimi della Pubblica Amministrazione.

Il punto 9 è caro a tutti. Sopportare l’ambiguità è un esercizio che qualsiasi impiegato ormai ha nel DNA. Non sarà bello ma è anche molto molto istruttivo.

Il punto 11 lo descriverei così. Il premio dell’innovazione è la possibilità di innovare ancora. Quindi, raggiunto un obbiettivo che diventi di tutti è nelle cose se ci si ponga in quest’ottica e si punti al prossimo. Nel pubblico tutto questo ha una valenza in più. E’ una missione istituzionale.

Ma al tavolo no ho parlato solo io, sono intervenuti un po tutti su questo tema, rilevando innanzitutto:

  • lo sdoppiamento di personalità nei confronti dell’innovazione. Ovvero, si propone di utilizzare un nuovo strumento o metodo di lavoro incontrando resistenze da parte di colleghi che il giorno dopo però gli raccontano di aver decriptato il segnale televisvo satellitare per guardare la partita.
  • questo a causa del sopravviere della cultura dell’adempimento e dall’assenza del benchè minimo sistema incentivante sotto il profilo personale e professionale.
  • L’assenza di tutela e difesa nei confronti dell’esercizio di potere e dissuasione di coloro che, in difesa di interessi consolidati, reagiscono contro coloro che cercano di portare il cambiamento. L’innovazione rompe sempre equilibri ed interessi pre esistenti. Si sa. Ambiguità.

I tempi stanno cambiando  e l’uso consapevole della rete costituisce un nuovo grande strumento in mano a tutti coloro che vogliono intraprendere la carriera di catalizzatori e contribuire a decentralizzare la propria organizzazione. Il tentacolo di una stella marina ricresce un ragno senza testa muore. Bisogna ricordare sempre a noi stessi, ai dirigenti, ai ministri. “Lo Stato sono io” in carne ed ossa.

Un ringraziamento a qusto punto va a Gigi Cogo per lo sforzo profuso nella costruzione di quella fantastica loosely couple organisation che è innovatori Pa, a Flavia Marzano per la sua cortesia e contagioso entusiamo e tutti coloro che ho incontrato e rivisto e che non ho citato. Il post è già abbastanza lungo ma ho ancora qualcosa da raccontare dell’esperienza vissuta al TAvolo del Processo alla PA. magari nei prossimi giorni.

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Un paio di anni fa ragionavo o meglio sragionavo sul web 2.0, cooperative, venture capital etc.
Oggi ho scoperto che c’è chi invece di parlare lo sta facendo e mi sono subito aggregato.
Non avrò molto tempo ma la cosa è veramente interessante.

Scrive Hank, l’animatore del progetto, sul gruppo di anobii:

Sostanzialmente si tratta di creare una sorta di cooperativa di lettori che attraverso versamenti di vario tipo (basic – sostenitore – innamorato dell’idea…) vanno a costituire un fondo per creare poi

A) una libreria online (di tutti noi)
B) Librerie REALI sul territorio (di tutti noi)

Sta per nascere il sito (ragazzi, è una beta, ed è realizzato con programmi standard), con delle idee se vogliamo anche rivoluzionarie che vi piaceranno (tipo per esempio essere pagati in denaro o con libri per ogni recensione che spinge un lettore all’acquisto dal sito stesso).

E’ nata un’associazione aspiranti librai (eh eh, giuro l’ho fatto) e una di lettori libri italiani.

Finalmente lo statuto, il regolamento ecc.. sono da un avvocato serio (e importante, pecializzato nel franchising dal punto di vista legale) che sta studiando tutto e a breve ci restituirà i termini precisi per fare le cosine per bene.

Probabilmente vedrete Yabooks al LitCamp

E’ on line una nuova release di Ptumpa creatura di Andrea Cuius che spero presto veder crescere. Lui è matto abbastanza perciò vale la pena seguirlo. Ptumpa ha tutti  i numeri per diventare un bel fenomeno.

Chi parte da Roma e va a Milano per seguire iwordcamp si aggreghi

Technorati Tag: ,

Travelcamp

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Quello del turismo è stato tra i primi mercati a sperimentare gli effetti della disintermediazione indotta dai mercati elettronici.

Una disintermediazione dominata dagli attori che possiedono le informazioni rilevanti per l’offerta tutirstica: i global distribution systems, proprietà dei grandi gruppi del trasporto aereo.

Gli intermediari tradizionali come i tour operator e gli agenti di viaggi hanno visto contrarsi sempre di più il loro spazio di manovra e sono ancora oggi spiazzati da dinamiche di mercato che non riescono a comprendere a fondo perchè fortetemente influenzate da elementi tecnologici.

Il nemico finisce per essere internet, punto. Le associazioni di categoria non fanno un granchè per le stesse ragioni

Per questo il travelcamp nel suo piccolo è stato un successo. Si è parlato di rete e di oppornunità da cogliere con un uso intelligente degli strumenti che il web 2.0 offre andando al di là dell’evanescenza della parola.

Complimenti ai ragazzi di ADV italia per l’organizzazione e per aver scelto la formula del barcamp per portare avanti ed allargare la discussione sul futuro degli operatori del turismo.

La cosa più bella come sempre erano le persone, curiose, aperte anche se stanche e preoccupate, A digiuno di tecnologia c’era un bel gruppetto di quelle persone insomma che dovrebbero affollare sempre di più i barcamp e sempre meno le conferenze tradizionali organizzare da sponsor o lobbies. E’ la formula migliore per far incontrare chi di rete si occupa e chi la rete deve comprendere e migliorare con la propria esperienza, per sopravvivere in un mercato sempre più competitivo e virtuale.

Quello che è chiaro è che per sopravvivere gli intermediari del turismo devono rivolgere lo sguardo ai viaggiatori e voltare le spalle ai provider di informazioni che intanto continueranno a cercarli fino a quando non riusciranno a risolvere i problemi della semantica del web.

Il problema maggiore dei Global Distribution Systems e di tutti gli internet booking engines è quello di avere informazioni aggiornate in tempo reale sui servizi di ricettività e trasferimento ed in particolare sulla disponibilità dei posti e sulla qualità del soggiorno.

Queste informazioni non è possibile ottenerle perchè non esiste tecnologia che è in grado di raccolgierle. tutto qui. Anche se fosse comunque il problema dell’intermediazione del turismo non sarebbe risolto.

L’offerta e la domanda turistica sono talemente articolate che non basta avere su un monitor un elenco di dati, è necessario che ci sia qualcuno che sia in grado di assemblerli ed interpretarli con la propria eseprienza.

Qui agenti di viaggio e tour operator hanno un ruolo nel futuro. Devono imparare a navigare in rete per raccogliere informazioni, verificarle e porgerle ai propri clienti in pacchetto. Blog, social network, il web 2.0 giocano un ruolo cruciale in questo scenario. Il margine operativo per gli intermediari del turismo sopravvive nella domanda di quegli utenti che non hanno il tempo di spendere ore alla ricerca di offerte navigando in rete ma che sanno esprimere le loro richieste in termini di qualità e prezzo.
Questa logica ha determinato il successo di piattaforme come Virtual Tourist che raccolgono uno straordinario patrimonio di informazioni sulle destinazioni e che si possono benissimo utilizzare per creare servizi e pacchetti personalizzati. Ma questa è un’altra storia.

Queste riflessioni che vado raccolgiendo da un qualche hanno sono le stesse che animano sleepin in, il progetto che ho presentato e le cui caratteristiche mi sembra logico descriverle sul blog del progetto.

Su slideshare le slide che ho presentato:

Mi è dispiaciuto non poter seguire tutto il Travelcamp a causa di problemi che mi hanno impedito di seguire gli interventi del pomeriggio, in particolare quello di TravelEdu
ed in parte quello di http://www.wiaggi.it/ che stanno facendo un gran bel lavoro.

Note dolenti:

Assolutamente da additare al pubblico ludibrio la Fiera di Roma conferma ancora una volta l’impressione che le “istituzioni” continuino a vivere in un mondo che non c’è più. Il wifi alla fiera costa 24 euro al giorno! No comment,

Poche righe data l’ora per introdurre i Travelcamp al quale parteciperò domani prima di scappare a P.zza Navona da Beppe Grillo.

Domani io presenterò il progetto che sto portando avanti insieme a Matteo
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una piattaforma per il blogging dedicata ai Bed and Breakfast che im sembra meritino siti migliori di quelli che posseggono oggi. Sotto il cofano c’è WordPress MU.

L’idea nasce dalla constatazione che le ragioni del successo dei B&B sono le stesse del successo del blogging, per cui mi sembra naturale cercare di portare l’innovazione nell’uso dei mezzi di conversazione di massa ad un terget, quello dei gestori che fino ad oggi fatica ad affacciarsi su internet se non attraverso i portaloni del tursmo on line.

Sleepin in sarà naturalemente anche un blog divulgativo legato alle nuove tecnologie applicate al turismo.

La versione beta sarà on line a maggio ma intanto inizio a raccogliere un po di mail e contatti per preparare la fase di beta testing.

Per i dettagli vi rinvio ai prossimi post.

Buona notte.

Travelcamp

Dopo un pausa di qualche mese, riprendo il filo del discorso barcamp. Avevo bisogno di staccare un pò la spina dopo un anno passato sugli scudi del web.
Riprendo con il travelcamp al quale spero di dare un modesto contributo grazie alla collaborazione di Stefano e di un pò di fonere, sempre che la burocrazia no ci si metta di mezzo.

Al travelcamp andrò a parlare di blogging, turismo e b&b, seguendo le linee guida del progetto che sto portando avanti con Matteo e di cui scriverò nei prossimi giorni.

Il progetto ha anche una parte off line, quella tutta mia che si chiamerà molto probabilmente Gentes B&B. Aprirò a Metà aprile al termine dei lavori che dovrebbero cominciare Lunedì. A Roma, in via Tasso, vi aspetto.

Travelcamp il 15 Marzo, alla Fiera di Roma

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Lo stesso giorno mi toccherà dividermi però perché il pomeriggio c’è anche L’OpenCamp che quest’anno non mi voglio perdere. Walter e il Lug della Sapienza stanno facendo un ottimo lavoro e ora che lavoro nella Pubblica Amministrazione il tema ha scalato rapidamente le classifiche nelle mie priorità.

Ubuntu, Open Office, FireFox e Flock e molte piattaforme Wiki come DekiWiki hanno raggiunto uno stadio di maturazione tale per cui non vedo ragioni per cui desktop e applicazioni office ed intranet open source non possano fare il loro ingresso negli uffici pubblici. L’usabilità è migliorata tantissimo e l’interoperabilità con i formati aperti sarebbe un toccasana per la produttività e l’efficienza della PA.

Tanto più in questa fase in cui Vista e la Suite Office 2007 stanno mostrando notevoli problemi. Word 2007 ad esempio crea enormi problemi in termini di usabilità in una realtà dove ormai il 90% degli utenti si è abituata a fatica ad utilizzare le interfacce di Word 2003 e che troverebbero molto più familiare lavorare con il word processor della suite open source che non con l’ultimo gioiello della Microsoft.

Open Camp alla Città Dell’altra economia a Roma, Testaccio

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Tra l’altro ho scoperto che li si trovano anche un gruppo di associazioni che si occupano di Turismo Responsabile, argomento nuovo che vista la mia nuova avventura mi incuriosisce non poco.

Ci vediamo il 15 Marzo allora.

Appena ho tempo magari riprendo il discorso sui barcamp

il sito ICTVè fatto davvero bene ed ah una bella funzionalità per gestire i contenuti correlati.

PiuBlogCamp

E’ passato veloce come un fulmine l’ultimo barcamp della stagione. Il tentativo di fare un bilancio del fenomeno non ha avuto un grande successo perchè abbiamo deciso di dare spazio alle presentazioni che non erano programmate sul wiki ma che si sono materializzate sotto forma di post-it.
Tra i lati positivi le molte facce nuove che hanno rimpiazzato assenze anomale per i barcamp. Si p cercato di superare al meglio le difficoltà tecniche e burocratiche incontrate nell’ambito della Fiera e ringraizone Leo Sorge e Marina Bellini per il notevole sforzo fatto.

In rete è presente già tanto materiale.

Antonio Pavolini ha già messo su un sacco e se riecos a mettere in riga le riflessioni e gli stimoli ricevuti ci faccio un bel post nei prossimi giorni.

Bella è stata anche la cena di sabato, eravamo tantissimi e fa piacere constatare come dall’interazione in rete si creino di fatto legami reali.
Sabato ho pontificato insieme a Cristiono Siri, Emanuele Quintarelli Giacomo Mason, su IA, RFID, Gauss, Pareto e Web Semantico. L’effetto della birra è letale 🙂

Intanto ecco le slide nelle quali srotolavo un ragionamento sui barcamp.

Grazie a Roberto Galoppini per la segnalazione “Mind the Bridge” is an opportunity for Italian entrepreneurs to present their ideas to a core group of experienced executives and potential investors in the Silicon Valley.
Fatevi avanti

Sono stato in perlustrazione alla Fiera della Piccola e media Editoria prima del Più Blog Camp. Ho assistito ad un paio di tavole rotonde, una sull’editoria e web 2.0, inteso come internet in ri-evoluzione sociale e una sul corporate blogging.

L’impressione che ne ho ricavato non è delle migliori. Ho misurato la distanza abissale tra il mondo dei libri fatti di carta e il web che non mi sentirei di chiamare ancora nuova tecnologia.

Ha ragione il mio amico Stefano: sembra di assistere a volte alla scena dell’ Era Glaciale, il film animato. Quella in cui una tartaruga piazzista cerca di vendere una canna di bambù alla massa migrante di animali in via di estinzione per salvarsi dall’inondazione.

Si misura, ascoltando interventi e domande, il cui livello supera raramente uno snobistico scetticismo, la distanza abissale tra mondo reale e mondo dell’editoria. Mercati sempre più digitalida un lato e mondo dei libri sempre più auto referenziale dall’altro. Come se i numeri di una crisi evidente non fossero sotto gli occhi di tutti, e come se la causa fosse la rete e la convergenza digitale e non l’incapacità di coglierne le enormi potenzialità per un’industria che potrebbe rifondarsi sul digitale.

Discutere di tanta miopia non ha più senso ormai, si è detto molto e non c’è altro da fare se non attendere fiduciosi il cambiamento.

Dal dibattito sul corporate blogging qualche spunto in più. Il punto è sempre lo stesso: le aziende non capiscono ancora come e cosa poterci fare, anche se effettivamente non è quello il vero problema. Interessante il paradosso di Andrea Genovese che si domandava, quasi stupito, come mai per anni, le aziende, hanno speso ingenti somme per fare ricerche di mercato ed indagare l’umore altalenante dei consumatori ed ora che hanno a disposizione strumenti potentissimi e poco costosi per relazionarsi con loro ed inserirli addirittura nei processi di produzione, diffidano e si tirano indietro.

La risposta secondo me sta nella dimensione e nella organizzazione aziendale. Ruoli e gerarchie acquisite con fatica nel tempo non si svendono facilmente a quel consumatore che si è cercato di conquistare con anni di fatica. Non gli si da volentieri le chiavi della macchina e gli si dice guida. No. L’intelligenza collettiva è per forza più saggia di quella individuale e si finisce con lo scoprire che la macchina la guidano meglio proprio loro: i clienti. Quanti livelli intermedi e rami del top salterebbero? Specie nelle origanizzazioni di grandi dimensioni, gli interessi delle stesse non corrisponde er nulla alla somma degli interessi dei membri che le compongono. Anzi.

Il problema delle tre scimmiette mute sorde e cieche non lo hanno comunque solo le aziende e le corporations. E’ problema sociale e politico. Lo dimostrano eventi come il vaffaday di Grillo e i tentativi goffi ed irresponsabili di nascondere macroscopiche verità come la menzogna delle armi di distruzione di massa in Iraq, le assolutamente poco rilevanti abitudini sessuali di un portavoce di Governo ed il relativo servilismo degli organi di stampa che, prima di pubblicare, cercano di fare la cresta sulla notizia e gli esempi sarebbero tantissimi, ma lasciamo stare qui, per pietà.

Ci si preoccupa tanto della privacy dei cittadini e della tutela dei diritti d’autore ma non si è ancora capito che oramai la comunicazione è affare di tutti e non solo di addetti ai lavori. La comunicazione è cittadinanza. Diritti e doveri, quindi. Un diritto binario.

Interessante, su tutti, lo spunto del direttore marketing di dada.net che ha sottolineato un punto troppo spesso ignorato. Il corporate blogging, se fatto bene, ovvero se lasciato alla voce delle persone che “sono” l’azienda, la umanizzano. E gli uomini parlano ma ascoltano anche. La voce non va solo dal produttore al consumatore ma segue anche il percorso inverso, senza filtri. Chi è coinvolto nella produzione non ha più davanti un target, una classe demografica, ma parla quotidianamente con le persone desitanatarie di ciò che si produce. La voce gli arriva direttamente e questo può avere notevoli implicazioni sul piano dell’etica della produzione e dei cosumi, sulla responsabilità sociale dell’impresa che non diventa un’altra astratta disciplina nei corsi di management ma voce, mani, occhi e parole reali e quotidiane.

Il blogging non è quindi solo un’opportunità per le imprese, ha una importante dimensione morale ed etica, di trasparenza, garanzie e responsabilizzazione.

Ultima, degna di nota, un’affermazione di Mafe che non ho potuto aprofondire essendo dovuto scappare prima della fine.

Il corporate blogging forse non è consigliabile per quelle aziende del lusso, che fondano la loro strategia sull’elitarismo e sulla irraggiungibilità.

Sono d’accordo. Non va bene ma per ragioni diverse dalla distanza. Il meccanismo dell’irraggiungibilità è illusorio e deve restare tale. C’è una distonia tra l’immagine che il brand vuole ottenere ed i canali in cui il prodotto viene distribuito e fatto arrivare alle masse. Una borsa di prada non si nega a nessuno, che sia originale acquistabile a rate o una copia perfetta disponibile sulle spiagge.

Il blog sarebbe solo un nuovo canale dove far percolare il succo del desiderio di esclusività, glamour e divina irraggiungibilità.

Ci sarebbe invece da gestire, ma in fondo non sarebbe un grande problema neanche quello, il fastidioso ronzio di coloro che magari si azzarderebbero a ricordare che quell’olimpo del lusso affonda le sue radici nei sottoscala del territorio campano dove mani sapienti ed artigiane, realizzano il genio dello stile italiano in aziende fantasma e per salari da fame, aziende gestite dalla criminalità organizzata. Chi ha letto Gomorra? L’inchiesta si farebbe da se, non si potrebbe far valere il proprio peso di inserzionisti e alla fine se l’opinione pubblica si ostinasse a ronzare, certi fornitori bisognerebbe cambirarli o farli emergere.

I vantaggi di stare vicino ai consumatori sarebbero compensati dagli svantaggi di dover rinegoziare la filiera a monte erodendo i margini. Gli dobbiamo dare borse non cittadinanza ai consumatori. o No?