Category: open source


In questi giorni in cui il caos che regna sovrano nella mia mente, la serendipity è l’unica via di uscita. Prima di rielaborare tutti i concetti che ho assorbito in giorni di studio e divagazioni su tanti temi meglio fare qualche degna segnalazione.

letture:

R. Barthes, L’avventura Semiologica, Einaudi

Josè Sanchis Sinisterra, La scena senza limiti

blog:

http://www.artisopensource.net/

http://www.digicult.it/

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Leggo oggi su La Stampa, il solito pezzo banale e poco etico, visto che si parla di Haiti. Un chirurgo italiano salva gente con l’iPhone. Di per sè, nulla da ridire, la tecnologia è cosa seria e serve non solo a giocare, anzi. Il problema è che deontologicamente parlando, il giornalismo, dovrebbe stare attento alle figure retoriche che usa. L’iPhone non è sinonimo di tecnologia, è solo uno dei tanti dispositivi, forse il migliore, siamo d’accordo, con il quale accedere ad internet in mobilità. La stessa operazione di salvataggio la si poteva fare con qualsiasi altro smartphone. IPhone è un marchio registrato e la sineddoche trasforma la cronaca in pubblicità. Se delle persone sono vive lo si deve allora a tim berners Lee papà del web, ai milioni di sviluppatori che scrivono codice open source che fa funzionare i web server e quindi a Rob McCool primo sviluppatore di Apache, agli sviluppatori di twitter e l’elenco potrebbe continuare per un bel pezzo. Alla fine ringrazierei anche la  Apple di Steve Jobs che l’oggetto, bello,  però se lo fa pagare ben 600 euro.

E’ inutile aggiungere altri commenti. Che i ragazzi di google abbiano le idee chiare su dove andare mi sembra ovvio.

Brevi note su una migrazione. (sembra un mac ma è linux)

Che Linux abbia fatto passi da gigante in termini di usabilità per gli utenti medi dei personal computer è un dato di fatto. Il progetto Ubuntu ha fatto il miracolo fornendo un ambiente grafico del tutto simile a Windows. Per l’utilizzo in ufficio, con la semplice installazione del sistema operativo si hanno in dono la suite Open Office (word ed excel per interdenci), un client di posta elettronica simile ad outlook e il browser Firefox che da solo contende il primato a Internet Explorer anche su piattaforma win.

Senza voler ripercorrere le tappe della storia del software open source ne alimentare contrapposizioni ideologiche nell’annoso dibattito sull’uso di software proprietario al posto di quello libero, in questo post, ci concentriamo su un caso conreto per confutare uno dei “miti” che solitamente impediscono la sua diffusione nelle organizzazioni la cui infrastruttura IT è marchiata Windows.

Gestire il proprio PC con un sistema operativo “diverso”  equivale a mettersi a margine della rete locale. Non si accede al dominio (NT o Active Directory che si voglia) e non si possono usare le applicaizioni office, uno “standard” al quale tutti gli utenti sono abituati.

Non è così e alcune delle difficoltà che pur si incontrano sono facilmente superabili.

Vediamo come, ripercorrendo le tappe dell’installazione di sistema perfettamente funzionante.

L’ultima versione di Ubuntu, la 8.10, ha una caratteristica fondamentale per affrontare la migrazione senza troppi rischi. Grazie ad un software geniale come Wubi è possibile installare il nuovo sistema operativo in coabitazione con Windows. All’avvio del PC si potrà scegliere di lavorare con uno dei due sistemi. Avremo tutto il tempo di imparare ad usare il nuovo ambiente potendo contare sul buon vecchio windows nelle situazioni critiche.

Una volta scaricato il file .iso (immagine del disco cd) in una cartella, si scarica wubi nella stessa cartella, si lancia ed il gioco è fatto. In meno di 20 minuti si avrà un sitema Linux finzionante.

Resta ora il problema di accedere alle cartelle condivise della rete gestita con windows.

Questo è il passaggio critico per un utente non troppo esperti di sistemi oeprativi e reti ma non insormontabile e comunque alla portata di qualsiasi tecnico o amico smanettone.

Bisogna installare una componente di nome SAMBA e configurarla con alcuni parametri come il nome di dominio e l’indirizzo IP del Server Wins (sempre che l’autenticazione degli utenti non sia Gestita con Active Directory, il che rende le cose più semplici).

Indicazioni precise sono qui: http://help.ubuntu-it.org/6.06/ubuntu/serverguide/it/configuring-samba.html

Una volta superato questo scoglio, potremo “montare” tutte le cartelle condivise che vogliamo aprendole in Esplora risorse che, in Ubuntu, si chiama Nautilus.

La versione 8.10 è nuova di zecca e l’unico neo che le ho trovato è, appunto, quello di dover “montare” a mano le cartelle perchè SAMBA con la nuova versione non fa tutto il suo dovere. Il sistema operativo comuqnue è sviluppato volontariamente da una estesa comunità di programmatori e presto anche questo problema verrà superato.

La configurazione delle Stampanti condivise in rete è un altro problema da risolvere ma comunque superabile sempre grazie a SAMBA.

Ora no siamo più isolati e abbiamo us sistema operativo altamente stabile. Addio ai crash di sistema e soprattutto alle periodiche re-installazioni rese necessarie dalle progressivo decadimento delle prestazioni di qualsiasi macchina windows.

Linux è un ottimo sistema operativo per valorizzare al meglio anche le proprie risorse hardware e per rivitalizzare i computer più vecchi, garantendogli prestazioni sempre all’altezza di qualsiasi richiesta.

E office? Tutti file prodotti con MS Excel e Word sono da buttare?. No, anzi, Open Office gestisce tutti i tipi di file .doc. .xls, oltre quelli con il formato aperto ods e odt. In un periodo nel quale la diffusione della suite 2007 di microsoft costringe gli utenti di MS Word 2003 a scaricare dei “viewers” per leggere i file .docx (nuova geniale idea) che sono il formato di default, ricorrere ad una suite office open source, che anche dal punto di vista dell’interfaccia utente, è pressocchè identica a quella alla quale sono abituati è senza’altro un modo per garantire maggiore interoperabilità e produttività.

Per concludere. L’operazione passa all’open source con un  minimo sforzo e assistenza tecnica è senz’altro possibile e a fronte di qualche sforzo organizzativo e cognitivo per imaprare le differenze con i sistemi ai quali siamo abituati ci sono vantaggi di carattere tecnico organizzativo ed economico che, a mio giudizio costituiscono un  valore non trascurabile.

Ma l’aspetto più importante dell’investire in tecnologia e software libero non è squisitamente economico.

In un incontro con Bruce Perens, uno dei padri fondatori del movimenti Open Source, insieme a Richard Stallmann, al quale ho avuto la fortuna di partecipare un paio di anni fa, l’ospite suggeriva di abbandonare la strada del conflitto sulle
feautures e sopratutto sul Total Cost of Ownership dei sitemi
propretari contro quelli open source. Fare la guerra con i numeri non
porta alla vittoria nessuno, visto che i numeri si possono “manipolare”
ed interpretare a proprio favore.

L’argomento migliore per convincere le imprese ad investire in sistemi
Open e magari contribuire al loro sviluppo è quello della Libertà.

Puntare su sistemi aperti svincola le porprie strategie di crescita e la propria
operatività da partners che, spesso, diventano troppo forti e condizionano
pensatemente i modelli di business e la struttura dei costi.

Nella Pubblica Amministrazione questo è, se si può, un aspetto ancora più rilevante.

Quindi passare ad Ubuntu abbandonando Windows non è solo un vezzo da smanettoni snob ma un’occasione per affermare un principio di traparenza ed efficienza della Pubblica Amministrazione.

Non ne sono sicuro ma credo che lo scrivente sia il primo e l’unico utente Linux nell’amministrazione de La Sapienza. Aspetto curiosi farsi avanti.

Sono stato invitato (come seconda linea) anche io al D Day con Al Gore al Teatro Ambra Jovinelli, l’8maggio a Roma. Non sapevo dell’evento e la cosa mi ha fatto un enorme piacere.Ho scoperto solo dopo del puntuale putiferio esploso tra i giacobini e i realisti della rete. Siamo alle solite e come al solito non capisco.Premesso che andrò all’incontro per le seguenti ragioni:

1) sono davvero curioso di vedere a magari fare qualche domanda a Mr Al Gore che, bene o male, stimo e no ho è l’ultimo arrivo.

2) sono convinto che Current TV con i limiti di ogni cosa umana sia una cosa buona

sparo li le mie due riflessioni sulla polemica.

La sporca 30ina, ovvero la lista degli eletti a porre domande e con il gravoso compito di fare buzz in rete sono, a torto o a ragione, coloro che della blogosfera italiana sono riusciti a farne un prodotto “editoriale”.

Alzi la mano, tra i giacobini, colui che non li ha feeddati ed ogni tanto non va a sbirciare quello che scrivono o chi linkano.

Se è vero, come è vero, che internet non si può declinare ne misurare con le logiche dei media mainstream allora ogni sensazione di esclusione, ostracismo, discriminazione non ha senso di esistere. Ci credete o no a questa coda lunga? Io comincio a dubitarne.

Meno, dubito degli effetti della coda stessa.

Conti, Debaggis, Beggi, D’Ottavi, Mattina, Mantellini, De Biase, Giovy e via discorrendo (con il massimo rispetto ed accresciuta stima) non è che siano esattamente De Bortoli, Riotta, Mauro, Mieli, Ferrara, Vespa, Rossella e compagnia bella. Il fatto che siano stati loro ad essere invitati per me la dice lunga sulla “novità” dell’evento. Al Gore nel bene o nel male è un ex presidente degli Stati Uniti D’America ed il fatto che tra le seconde linee ci sia finito anch’io, forse per sbaglio, magari nella mente di qualcuno per fare solo presenza, a me dice qualcosa. Qualcosa è cambiato.

Percepire il contrario mi da l’idea della perdita del senso della misura. Fino a non più di 10 anni fa, una cosa del genere non sarebbe stata presa sul serio nemmeno in un romanzo di Asimov.

E qui veniamo a Current Tv. Un colosso, super finanziato, tutto quello che volete ma Current TV è forse uno dei migliori esempi di come la rete stia cambiando il modo di produzione e di fruizione dei media. Ci si può sperticare in tecnicismi e dietrologie ma a poco vale. Gore ha finanziato un canale che qualcosa di uovo in rete lo ha portato. O no ? IPTV, WEB TV, BLOG TV, grassroot TV, Citizen Journalism, Meglio Joost o N3TV, non lo so, ma per me non è importante. Importante è l’evoluzione non la sua forma temporanea. Gli scienziati della comunicazione avranno tempo per studiare. Current TV italia? Alleluja. Forse ai critici aspiranti blogstar e fieri sostenitori della libertà di stampa e di parola sfugge il panorama editoriale di questo paese.

Nei prossimi giorni si insedierà al governo italiano un Tycoon di fatto proprietario di 6 canali televisivi e di un gruppo editoriale di tutto rispetto. Qualche problema di pluralismo lo abbiamo o no? Forse ai più è Sfuggito che a dirigere Current TV Italy è Tommaso Tessarolo. Ora, Tessarolo non lo conosco personalmente e non conosco a fondo il suo curriculum ma se è vero quello pubblico disponibile in rete sono evidenti un paio di cose:

1) non che nella sua vita professinale abbia fatto solo un blog. Mentre studiava la TV e le sue mutazioni internettiane s’è inventato pure un paio di aziendine. Se avessi raggiunto metà dei suoi obbiettivi probabilemnte il sottoscritto manco ce lìavrebbe un blog (scherzo)

2) non mi sembra che abbia vinto la lotteria della grassroot television perchè appartenente a qualche area politica particolare. Se così qualcuno mi smentisca.

Facciamo un esempio all’italiana. Nessuno TV, nata dalla volontà di Giancarlo Santalmassi, passata per le mani di Bruno Pellegrini, che hanno triturato, aveva dei numeri, non quelli di current tv ma dei numeri per diventare una grassroot TV ed invece è diventata il sito vetrina dell’omonimo canale satellitare, presto televisione di partito dei DS (oooops scusate PD) con alla direzione Claudio Caprara, il cui curriculum non mi risulta essere esattamente “specialistico” (ho provato a verificare in rete ma non ci sono tracce del passato professionale del direttore e non ho il suo cellulare, quindi attendo smentita) . (a proprosito invito tutti a linkare il suo profilo LinkedIn, ne ha bisogno).

Lo so mettere una persona competente al posto giusto suona stano in Italia, ci deve essere un complotto, Tessarolo e la sporca 30ina sono asserviti al potere Statunitense e soprattutto non tengono in giusta considerazione il popolo della rete. Sono venduti, antidemocratici perché non danno voce a chi la rete la fa davvero e la usa dalla mattina alla sera.

Mi sembra che se da un lato i realisti della blogosfera peccano talvolta di autoreferrenzialità, i giacobini non sappiano guardare al di la del proprio naso mentre si osservano l’ombelico.

Fanno markette, dice, questi blogger fanno markette. A parte il fatto che per presenziare all’ eventone non ricevo denaro ne altri mi risulta quello che mi importa sottolineare è un’altra cosa. I blog sono media, ne più ne meno di altre forme “tradizionali”, la responsabilità di quello che scrivo e che pubblico e quindi se volgio fare markette che volete che sia?.

Anzi mi metto al passo con la televisione illuminata e copio Chiambretti. LE markette le faccio, lo dichiaro ma a chi voglio io e pensate un po gratis. Che puttaniere senza scrupoli.

Un Ultima parola per Montemagno. E’ un media man e che volete che faccia. Il media man e bene. Umanamente lo comprendo ed apprezzo anche la trasparenza. Mettetevi nei suoi panni, immaginate di venire contattati per organizzare un evento con Al Gore e pensate a cosa avreste fatto in poco tempo. Ha risolto il problema, ha raccontato tutto con il massimo della trasparenza, a aperto nei limiti del possibile. Che volete? Bravo

Chiudiamo con un grazie ad Alesso Jacona.

Sapienza Wiki

Ho messo su  un fantastico DekiWiki su VMware per costruire un’intranet collaborativa della Terza Ripartizione Patrimonio de La Sapienza, dove lavoro adesso.
Da mettere in piedi il pezzo di software è quasi banale. Basta scaricare un WMPlayer e la macchina virtuale.
L’obbiettivo è quello di portare con il tempo alla sostituzione delle applicazioni office e della posta elettronica nella comunicazione interna, fornendo allo stesso tempo ai ruoli dirigenziali la visibilità su tutti i processi e l’accesso alle informazioni dei diversi settori in cui è divisa la ripartizione.
Deki Wiki è usabile, integrabile con un sacco di servizi web (google apps, digg, flickr, etc…) e dotato di un linguaggio di scripting che non ho avuto ancora modo di provare ma promette di fare cose egregie.
Fra qualche settimana magari posto qualche risultato.

Blogged with the Flock Browser

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tanto per tornarci su in attesa di poter scrivere con le idee più chiare su quella che va diventando una convinzione sempre più forte.

Il blogging e gli standard aperti sono il futuro del social network e della rete in generale intesa sia come fenomento culturale che come opportunità di business.

The Existential DiSo Interview from Chris Messina on Vimeo.

Finita come è finita la Storia di Italia.it, sarebbe bello sapere che fine ha fatto un’altro progettone che agli addetti ai lavori aveva suscitato impressione ed attese per risorse destinate (altre decine di migliaia di euro).

Ho fatto un po di ricerche sul web e trovare informazioni non è semplice.

Della cosa si è occupato egregiamente The MillionPortalBay

http://millionportalbay.wordpress.com/2007/05/21/culturaitalia-linizio/

http://millionportalbay.wordpress.com/2007/06/17/culturaitaliait-missing-web/

on line c’è questa pagina http://www.culturaitalia.it/

Welcome to OpenCms 6.2.2_1200999432187

Singolare che dei bandi di gara non c’è più traccia:

 

http://www.infoplus.gare.it/appalti/forniture/LAZIO_forniture.htm#

http://www.beniculturali.it/download/gare/avvisi/bando_dirgenroma1.zip

http://www.beniculturali.it/download/gare/avvisi/bando_dirgenroma2.zip

 

Cosa doveva fare Culturaitalia lo trovate qui:

http://www.otebac.it/culturaitalia.html

http://www.otebac.org/siti/realizzare/PICO_2_1sintesi.pdf

Interessante è anche la lettura della erlazione della commissione di indagine su Italia.it 

http://millionportalbay.files.wordpress.com/2007/12/relazionedellacommissioneindagine_portaleitaliait.pdf

 

L’Italia ha imparato a costruire cattedrali virtuali nel deserto

 

 

wp logo

Sul finire dell’anno Anne Zelenka metteva nero su bianco, su GIGA OM, uno di quei pensierini che a forza di leggere e scrivere di blogging di frullano nella testa. Ma i blog non sono già dei social networks. Quelli con un bel numero di commenti e lettori fedeli cosa sono se non Socila Network. Certo sono meno orizzonatali e sono fortemente caratterizzati dalla personalità del loro “editore” sono social network e forum dove i gestori o il moderatore hanno un po più di supe ego.

La discussione prendeva e mosse dalle idee di un gruppetto di blogger piuttosto famosi che sotolineavano come i social networks fossero spersonalizzati e adatti a comunicazioni lampo. Con il crescere dell’importanza della rete e dell’attività in rete il bloggin appare effettivamente la milgiore soluzione per sostenere lo sviluppo di un apropria identità digitale.

Da un ponto di vista tecnico wordpress sembra essere la piattaforma milgiore per portare avanti le sperimentazioni di un “distributed social network” grazie alla sua architettura basata sui plugin e all’estasa community d sviluppo.

Tralasciamo per ora le disquisizioni sulle prestazioni di WordPress come piattaforma, il caching etc…., che in qualche modo richiedono un intervento di customizzaizone per essere garantite (wordpress.com pare funzionare comunque e non è certo un sitarello) e concentriamoci su un problema apparentemente banale. Il cuore di ogni community e di ogni piattaforma sono i profili degli utenti. Progettarli e raccolgiere le informazioni sui profili è fondamentale per generare valore nella community e per sviluppare servizi e usabilità.

Come è noto a chi legge questo blog, sto giocado con WPMU e alla domanda quanto tempo ci metterò a estendere il povero profilo di base offerto da WP per ogni utente che crea un nuovo blog ho risposto rapidamente grazie al genio di Andrea Cimatti, che ha creato un plugin fondametale per aggiungere tuti i campi che volete al profilo di base dell’utente.

Risultato: installato in meno di due minuti e creati 5 campi custom per il profilo degli utenti, bisogna perdere un po di tempo per sistemare i css e nella procedura di creazione dei blog da parte dell’utente si raccolgono tutte le informazioni necessarie a costruire il profilo di base.

Ciamtti entra nella lista delle donazioni da fare non appena il progetto sarà in gradi di genera ricavi anche minimi e delle persone da contattare se il progetto esce dalla fase di sperimentazione.

Progetto? si progetto ma ci sto ancora lavorando e quindi rimando al prossimo futuro la sua presentazione.

Blogged with Flock

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Facciamo il punto della situazione. Finite le ferie nell’agosto romano, mentre il resto d’Italia si gode le meritate vacanze, cerco di mettere ordine in un periodo professionale convulso.

All’ordine del giorno ci sono diverse attività:

l’ormai incancrenito re-design del mio sito fermo al 30 %
il debutto di wekey.it di cui sto per dire
il roll out di un prototipo per una intranet basata su Share Point 2007 con relativo post
l’organizzazione del VentureCamp.
Per quest’ultimo ho aperto Backed Blog un blocco di appunti dove raccolgiere il meglio del web dedicato al Venture Capitalism. Contribuite!

partiamo da wekey.it.

E nato il blog nel quale ho messo lo zampino e al quale contribuirò anche con i contenuti.
Da segnalare l’uso di un bel plugin per wordpress: eform che in quattro e quattr’otto piazza un bel form per richiedere via mail qualsiasi cosa volgiate.
Wekey.it è una startup torinese di Giulio Montevecchi con una missione: portare in più aziende possibile gli enterprise wiki.
Per ora i servizi di consulenza, wiki hosted ed appliance da mettersi in casa sono basati su Socialtext ma si sta lavorando per estendere le piattaforme.
Se volete testare Socialtext richiedete l’account wekey
oppure contribuite alle nate con il supporto di Wekey altre due iniziative:

wikitialia.info di cui ho già detto e wekeyplayground alla quale stiamo lavorando.

Wekeyplayground sarà un wiki di supporto ai clienti nel quale verranno raccolte best practices templates che permettano agli unteti enterprise di testare le funzionalità ed avere un’architettura delle informazione di riferimento sulla quale costruire il proprio wiki.
L’architettura dell’informazione di base ricalcherà le più comuni divisioni funzionali delle grandi aziende:

  • Human resource
  • Finance
  • Marketing
  • Product development
  • Sales
  • Manifacturing
  • It department

Per ogni area gli utenti saranno raggruppati in alcuni ruoli tipo:

Boss
geek (early adopter)
employee
secretary

almeno questa è l’idea. Aiuto, idee, consigli sono ovviamente ben venuti.

Altro modo di testare Socialtext è naturalmente quello di contribuire allo sviluppo di STOSS: Socialtext Open Source
Io non sono un developer professionista ma un paio di idee ce le avrei:

sviluppare un integrazione tra stoss e un workflow engine, magari partendo da qui: cpan
costruire (magari in AJAX) un tools che faciliti le operazioni id gardening (l’idea originale è di bard)

una sfida da niente. vediamo se si riesce a trovare un nucleo di volenterosi a cui piace l’idea di innovare il mondo dei wiki.

Di Share Point scriverò dopo aver terminato l’opera e ponderato bene l’esperienza.

Come post di rientro mi sembra abbastanza. L’aver staccato l’rj45 per un bel po di giorni mi ha fatto lo stesso effetto di Alberto solo che ho letto più romanzi (ne mancano un paio nella lista oltre ai primi tre che vedete nella mia libreria) e la cosa ha distrutto la mia produttività web e ho wikinomics in cantiere. Se avete qualcosa da dire in materia però ci potete pure giocare: il wikinomics playbook è on line.
Da Giulio apprendo invece che il capitolo 9: the Wiki Workplace si può scaricare e leggere