Mlist colpisce ancora e mi stimola riflessioni fiume. Mi odieranno. Ecco l’ultimo intervento sul thread lanciato a proposito dei rumors su splinder.

E’ da maggio che la notizia ballonzola
tra commenti e smentite,  ripresa il 10 agosto da Finanza e Mercati
(Bloomberg). Se ne parla su Pandemia di Luca Conti
e sul blog di Muro Lupi

Il rischio di bolla c’è. 20
milioni sono tanti. Ma diciamolo, valutare un’impresa come splinder
non è semplice e non lo si può fare con la logica
economica classica. Ci sono alcuni elementi fluidi che a saperli
interpretare correttamente, probabilmente, varrebbero una bella
cifretta a chi ci riuscisse.

Il rumore di fondo generato dalle cifre
sparate a vanvera non aiutano certo a chiarire la situazione.

Lo stesso Milano Finanza che a maggio
dava 4 milioni di utenti di splinder ne riporta, ad Agosto, 300.000.
La differenza non è irrilevante anche perché la cifra
della transazione resta 20 milioni.

L”unico dato assodato è che i
blog su splinder sono 200.000 circa e sono in crescita.

Proviamo a fare qualche considerazione.

un elemento fondamentale per la
valutazione di una piattaforma come splinder è la tecnologia
per la profilazione degli utenti che c’è sotto. e qui non se
ne sa un granché.

Val la pena sottolineare come alle
radici di splinder ci sia Tipic, un’azienda che produce Istant
Messagging, servizi wireless e Voip in tutto il mondo (anche a
tiscali se non ricordo male) con un forte know how tecnologico e
capacità di sviluppo (http://www.comesifaunblog.it/?p=354)
. Il tutto impiegando qualche decina di persone.

tutto ciò implica che il modello
di business non è fondato solo sulla raccolta pubblicitarie e
vendita di servizi per il blogging a pagamento ma ha altre valenze
strategiche.

Se la raccolta pubblicitaria è
forse l’elemento più fragile è anche vero che il gruppo
RCS ha a disposizione il know how e le strutture più che
sufficienti per sfruttare al massimo anche questa fonte dei ricavi.

Se guardiamo alle evoluzioni del
mercato editoriale, gli editori tradizionali dopo un primo periodi di
diffidenza non ignora più il fenomeno blog. Repubblica e
Kataweb e la Stampa si sono appoggiate su Typepad, altra piattaforma
tra le più diffuse nella blogosfera.

Il mondo dei bloggers è un mondo
di lettori e scrittori, il target naturale di un editore. Il fatto di
aver a disposizione una piattaforma che permetta di profilare in
maniera sofisticata il propri target non è certo da
sottovalutare. Le strategie di sfruttamento sono diverse e una scelta
la si potrà fare solo dopo aver provato il giocattolo. Dalla
business intelligence al commercio elettronico, passando per i
contenuti audio video, la musica e chi più ne ha più ne
metta. In fondo 20 milioni investiti in un’ottica di convergenza
digitale non sembrano poi tantissimi in un mercato come quello
dell’editoria che è in magmatica crescita.

Ma il discorso si può
approfondire entrando nell’alchimia dell’economia delle comunità
virtuali.

Dare strumenti di comunicazione ai
propri utenti è uno dei cardini della strategia che mira a
trasformare comunità virtuali in imprese che creano valore
dall’intermediazione di informazioni.

Per capire a fondo questi modelli ci
sono un paio di libri fondamentali: Net Gain e Networth, entrambe
scritti da J. Hagel III e co autori. Senza entrare nel dettaglio
(qualcosa ho già scritto qui
http://scriptavolant.net/blog/?p=89.

In estrema sintesi la tesi sostenuta
dal libro è la seguente. La rete, il web e quindi le virtual
communities hanno una caratteristica: riducono le asimmetrie
informative tra chi vende e chi compra. Aumentano la trasparenza dei
mercati e spostano potere contrattuale dai primi ai secondi. Saper
creare e gestire comunità virtuali è l’unico mezzo
per difendersi, anzi guadagnarci tutti.

Ciò implica imparare velocemente
a:

1) contenuti interessanti

2) fedeltà dei membri

3) profilazione dei membri

4) strumenti che facilitino e migliorino le transazioni on line

Ogni Virtual community ha un suo ciclo di vita che grosso modo
prevede il passaggio sotto le seguenti forche caudine:

1) generare traffico sufficiente a raggiungere una massa critica
(il vero valore della rete, se il telefono lo avessero solo due
persone non servirebbe ad un granché, per capirsi)

2) concentrare il traffico, ovvero assestare i contenuti sui
profili dei propri membri

3) blindare i membri, facendo in modo che il valore che ottengono
dalla community sia superiore al costo di abbandonarla.

I blog sanno fare egregiamente tutte e
tre le cose.

Ragionando sui numeri poi ci si accorge
che:

lettori quotidiani del corriere della
sera sono 2700000, quelli di repubblica 3000000 e anche se fossero
veri veri i 4.000.000 di utenti unici al mese dichiarati da splinder
la differenza non è poca. Ma di qui lettori la RCS non sa
nulla e il costo di produzione di un quotidiano nazionale sono
incomparabili.

Anche le divisioni internet dei
quotidiani sono costose (tutti si ricordano il bagno di sangue di
kataweb) con splinder e gli user generated content probabilmente
potrebbero calare i costi del corriere.it.

E per concludere il podcast e la
telefonia. La piattaforma di splinder supporta il moblogging e il
podcasting. La possibilità di inviare post dal telefonino il
primo, quello di caricare file audio da e verso blog e ipod. E voi
specialisti del marketing mi insegnate che se vi telefonano, il gioco
è fatto. Avete messo una mano in tasca ad un bel po di utenti.

non so se tutte queste considerazioni
valgano l’investimento di 20 milioni. biognerebbe stare nella stanza
dei bottoni di rcs per saperlo e analizzarne le finanze ma rendono
forse meno “folle” l’idea.

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