Chiunque scriva ma ancor di più chi scrive poesia si trova, prima o poi, di fronte al tema del perchè lo fa. Del perchè spende tanto tempo ed energia nello scandagliare parole ed immagini, con che speranza, per chi e con che vantaggio, per se e per gli altri. Non economico questo è certo.
Si torva di fronte ,quindi, ad una declinazione del tema più ampio della fertitlità e della fecondità, della vita insomma. Cosa genera di concreto la poesia?  Le conseguenze delle emozioni che trasferisce, è, forse, la prima risposta. Le emozioni agiscono in concreto.
Si giunge allora subito ad un secondo problema. La possiblità del linguaggio, del proprio linguaggio, di incidere davvero sulla realtà. I versi possono far cambiare verso alla realtà, di un singolo, di una collettività? In assoluto si. Dipende dalle capacità del poeta, ovviamente. E allora ecco il terzo problema, figlio di quest’ultimo. Sono capaci, non le parole ma le “mie” parole di modificare la realtà? Che si potrebbe anche scrivere, è la mia realtà su un piano compatibile con quella di qualcun altro? Di chi legge?Esiste una possibilità vera di comunicazione?
Per questo si scrive, forse, poesia, per trovare una risposta a queste domande.
E allora la poesia diventa una preghiera; che sappia trasformare le parole in linfa, che doni loro la stessa forza che la natura dona ai suoi esseri viventi e che, come loro, nascano, vivano, muoiano e risorgano in un eterno ciclo che non conosce spazio se non il tempo, che non conosce forma, se non il continuo mutare della materia in mille forme  diverse. Ecco che si rilancia, allora, e il poeta chiede alle sue parole un miracolo.