si fanno due chiacchere, nasce un’idea, si scrive all’espresso e speriamo che parta il buzz.

Bravo a Dario per la lettera che incollo:

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Indubbiamente il momento è difficile e lo sconforto è grande: un anno fa esisteva ancora la sinistra (intesa come forza parlamentare, perché – fortunatamente – nelle città, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, esiste ancora), il sindaco di Roma non era ancora un signore con lo sguardo truce e la croce celtica al collo e Berlusconi non aveva ancora vinto per l’ennesima volta le elezioni.

Il panorama oggi è radicalmente diverso. L’Italia, in piena crisi economica, è lanciata (speriamo non in maniera irreversibile) su una china politicamente molto preoccupante, come dimostrano i recenti provvedimenti del governo sull’immigrazione e sulla scuola. I rischi di una deriva autoritaria (v. il caso Englaro) sono nettamente percepibili e l’impunità del sovrano è ormai ampiamente assicurata da leggi “ad hoc” (v. il caso Mills).

In questo quadro, non certo esaltante, giungono le dimissioni del leader del principale partito di opposizione, che mostra da tempo chiari segni di disorientamento. Dopo aver fatto il vuoto alla propria sinistra (tramite il famoso “voto utile” delle ultime elezioni), il PD riuscirà ora anche ad autodistruggersi? Il trionfo della destra sarebbe senza precedenti.

E’ certamente necessario analizzare le motivazioni profonde di una disfatta che passerà alla storia e penso che le dimissioni di Veltroni agevolino il dibattito. Ma, piuttosto che avviare una sfiancante discussione sulle cause della sconfitta (della quale, da semplice cittadino, non sento l’esigenza), ritengo che sia importante “cogliere l’attimo” ed iniziare una fase davvero nuova.

E’ necessario che i politici di lungo corso facciano un passo indietro. Questa affermazione è ormai divenuta un luogo comune, ma mai come oggi dovrebbe apparire chiara l’urgenza di metterla in pratica (se non per convinzione, per convenienza: ne va del nostro stesso futuro).

C’è chi lamenta la mancanza di un leader che, sul modello di quanto avvenuto negli USA con Obama, sia in grado di guidare la rimonta della sinistra. Non sono d’accordo: si faccia ricorso (ma stavolta davvero) alla cosiddetta “società civile”, al mondo del lavoro e dell’associazionismo, ai giovani, alle tante forze sane che nel nostro paese – nonostante tutto – ci sono.

Si prenda un nome in grado di raccogliere consensi unanimi (penso ad esempio a Roberto Saviano), lo si convinca della bontà e dell’importanza della “missione” (salvare la sinistra e – con essa – la dialettica democratica), gli si affianchino validi collaboratori e si inizi, da subito, ad operare per diffondere una nuova visione dell’Italia.

Si obietterà che Saviano, probabilmente, non sta affatto pensando ad una candidatura ma, paradossalmente, proprio questo ne farebbe il candidato ideale. Non è forse il caso di iniziare ad attribuire il potere a chi non pone il potere come proprio obiettivo?

E’ indubbiamente possibile archiviare questa lettera sotto la voce “delirio utopistico” (chissà, tra l’altro, se Saviano accetterebbe?). Una delle poesie più citate di Eduardo Galeano recita però, come è noto: “Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve allora l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare”.

In un momento politico obiettivamente molto cupo, con le camionette dei militari che scorrazzano per Roma per “dare sicurezza” e con un premier che, pochi giorni fa, si è permesso di scegliere come soggetto della sua ennesima barzelletta i desaparecidos del regime militare argentino (“gettati in mare dagli aerei con la frase: fuori è una bella giornata, andate a giocare”), forse è consigliabile tenersi ben stretto il “diritto al delirio” (ancora Galeano) che, guarda caso, inizia con “Puntiamo lo sguardo oltre l’infamia, per indovinare un altro mondo possibile”.