Anche se non credo in Dio. Quando ho visto questa fotografia mi è venuta una voglia incontenibile di pregare. E a modo mio ho pregato

prego per te cucciolo

 e poi di scrivere.

Su nazioneindiana.com si è sviluppato un interessantissimo e combattutissimo thread attorno al post di Andrea Inglese che proponeva alcune riflessioni e qualche link sulla questione Israelo Palestinese. Sono intervenuto cercando di spiegare la mia posizine che non è ne pro ne contro nessuno se non della pace e della guerra ma cercando di comunicare anche il mio fastidio per certa propaganda anti israeliana che scivola troppo superficialemente nell’antisemitiscmo, in maniera più o meno involontaria e che contribuisce ad alimentare sono l’odio. E’ vero il governo e l’esercito Israeliano sta commettendo violazioni dei diritti umani, così come la gran parte delle nazioni cosiddette civili fanno nei teatri di guerra sparsi per il mondo, così come lo fanno le nazioni di civiltà musulmana, così come fanno tutte le nazioni da sempre. E’ una questione politica ed etica che non si può eludere e contro la quale si deve conbattere anche se si ha la consapevolezza che qualsiasi parola o azione spesa è, in fondo inutile.

Ciò non toglie che se le parole servono a poco, le parole spese male, fraintese, o peggio ancora manipolate servono ancora a meno anzi, producono l’effetto opposto. Incendiano ancora di più, animi e menti più o meno lucide. ho solo le poche, deboli parole come strumento per rinnegare l’orrore di qualsiasi guerra. non voglio che mi vengano tolte anche quelle. Ne da chi la vede da destra, ne da chi la vede da sinistra o dal centro.

Incollo di seguito un commento un po confuso (ma data la densità della materia mi perdonerete) nel quale cerco con tutti ii limiti di una profonda ignoranza e molta paura nel cuore di spiegare una posizione che troppo spesso viene tacciata come filo-isreaeliana se non peggio.

spero che serva a chiarire la solo la mia volontà, ingenua e utopica di non schierarmi con nessuna fazione ma solo dalla parte della verità e della pace, per quel poco che posso fare.

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sono giunto al termine della lettura di tutti i commenti di questo thread. ci ho messo due giorni.
E’ stata un’occasione per rifare il punto della situazione personale sulla tragedia in atto.
Mi rivolgo ad Andrea Inglese non tanto personalmente quanto in veste di moderatore del dibattito. Comincio con il puntualizzare alcune osservazioni che non ho spiegato bene nella foga dello scrivere il mio precedente commento.
Ho usato il termine invettive agganciato ad un generico voi non riferendomi a nazione indiana ma alla maggioranza dei commenti che leggevo. Non avevo intenzione di definire in maniera monolitica e riduttiva l’opinione di alcuno ne tanto meno la “linea” editoriale di NI che anzi trovo tra le migliori fonti di informazione e dibattito disponibili.
Anche il post di Inglese e quello che ne è seguito è aprrezzabilissimo. La visione di Ilan Pappè e l’articolo sulla politica fondiaria di Israele e l’impatto sull’identità colelttiva dei due popoli in guerra sono in gran parte condivisibili anche se concordo con Sebastian76 per un approfondimento del dibattito su questi temi specifici (specie quello della dissisdenza intellettuale israeliana).

Detto questo, resto un po sorpreso dalle affermazioni del tipo “possible che resti indifferente rispetto alla morte di civili e di bambini” ed altre dello stesso tenore.

Mi sembra una tale ovvietà il contrario da non meritare alcun commento.

Però.

Ho due figli della stessa età del bambino che muore nella foto qualche post più su; ho visto anche io le molte foto che circolano in rete. Non mi sembrava utile al dibattito aggiungere anche il mio sdegno che è comunque personale e profondo. Io non sono ne filo israeliano ne filopalestinese nel senso che, di fronte a situazioni di tale portata, rifuggo da qualsiasi partigianeria.

CErco solo di capire a fondo.

Non è assolutamente contastabile la violazione dei diritti umani che Israele sta perpetrando da anni nei territori occupati, credo però che l’uso delle parole vada sempre bilanciato e dal loro senso non si debba mai prescindere, nemmeno per cercare di smuovere emozoini e coscienze e amplificarle, nel pur nobile tentativo di risvegliare le coscienze e rimuovere traumi colelttivi che impediscono la realizzazione di una piena identità collettiva.

Per questo esistono le immagini già potenti e strazianti a sufficienza e non sempre se ne fa un uso appropriato e disinteressato.

Scrivo e vivo a Roma, in via Tasso, nello stesso palazzo che ospita il museo della liberazione. Non sono ebreo ma riflettere sulla storia dell’orrore è diventato quasi un esercizio quotidiano. Quando chiudo gli occhi, la sera, il muro che vedo di fronte è lo stesso che qualche ufficiale della gestapo osservava dopo una giornata di “lavoro”.

La mia dose emozionale sulla vicenda la prendo quotidianamente come un tossico prende il metadone al SERT.

Se penso al dolore e all’orrore della guerra non faccio distinzione di etnia o fede.

Nel cercare di rileggere la storia del conflitto israelo/palestinese senza lasciarmi andare a slogan e aberrazioni storiche, però, alcuni punti fermi credo di averli raggiunti. provo a riassumerli:

1) Esitono, è vero, in Israele dei rimossi collettivi riguardo al 1948 come in Italia è per le foibe.
2) Il sionismo come ideologia ne è forse il maggiore responsabile ma se la maggiornaza dell’opinione pubblica israeliana non fa i conti con questo rimosso penso sia dovuto alla paura che ogni ebreo riceve in dono alla nascita grazie alla storia delle persecuzioni lunga qualche millennio.
3) a costo di sembrare cinico ma cercando di calarmi nella mentalità di un israeliano comune penso che, sebbene le azioni sioniste del 48 siano aberranti, esista tacita la convinzione che, senza un azione determinata e “militare”, lo stato di Israele non sarebbe nato. Trovatemi nella storia uno stato che è riuscito a nascere senza un’azione cruenta e senza un apparato ideologico che sostenesse l’impresa, apparato che come dice Sebastian 76, contempla la negazione del diritto ad esistere del “nemico”. LA questione è qundi legata a doppio filo con il tema dell’esistenza di Israele e dello stato Palestinese e del mancato riconoscimento reciproco per un lungo tempo. Hamas e chi lo strumentalizza è su questo che ancora fa leva.

La storia del ventennio precedente al 48, dalle persecuzioni in tutta europa fino alla grande rivolta araba, non hanno certo aumentato il senso di sicurezza di israele. E si è andati avanti così, dall’aggresisone egiziana il giorno dopo la nascita dello stato di israele per continuare con la lunga scia di povocazioni e rappresaglie di cui ormai non ha senso fare il conto. Le resposnsabilità non si possono distribuire con un bilancino. Ambo le parti in conflitto hanno storicamente molte cose di cui pentirsi ma non si può non capire che nella mente dell’israeliano “medio” tutto questo occuoi ancora un posto importante. La posta in gioco è la “vita” ancora una volta.

Tutto questo ovviamente aiuta a capire ma non giustifica ne il terrore politico di parte araba ne l’uso indiscriminato e sproprozionato della violenza da parte israeliana.

Rifuggo però dall’uso ideologico e propagandistico che noto in parte della “sinistra” italiana (pur essendo di sinistra se questo ha ancora un senso) e spesso in quella che dovrebbe essere più illuminata e dal revisionismo strisciante sotteso alla tesi fuorviante del “credito della Shoa”.

Non si agisce costro israele e contro le violazioni dei diritti umani perchè lo stato di israele ed il suo popolo avrebbe un “credito” (per altro ormai ampiamente delapidato) nei confronti della storia della distruzione umana e l’europa, al contrario, un rimosso senso di colpa. No. In realtà i fattori che contano non sono psico – storici ma geopolitici e materiali ed è vero che l’ideologia sionista li maschera. Nel cercare di smarcherarli però non si possono usare argomenti di sapore antisemitico, nemmeno incosapevolemnte. Mi spiego meglio. Non sostengo che chi usa la parola genocidio, aprtheid o nazismo lo faccia con intento antisemita ma è pur sempre vero che contribuisce a farlo sopravvivere e poliferare l’antisemitismo. Svastiche, bandiere in fiamme sono di nuovo all’ordine del giorno e a pocono valgono i distinguo e le questioni di lana caprina come quella tra stato e cittadino israeliano come se la politica estera di israele fosse determinata da una oligarchia. Non funziona così nelle democrazie o almeno non dovrebbe. Se non non si sta attenti nell’argomentare si offre solo materiale per chi manipola e propaganda per i fini di questo o quell’altro gruppo politico. L’anti semitismo è spregevole nella sfera individuale ma pericoloso in quella colletiva, sociale e politica. Ed io a farmi manipolare sulla pelle dei bambini di gaza non ci sto. Ne intendo minimamente, o inconsapevolemnte o sull’onda del dolore e delle lacrime che verso guardando due buchi nel petto di un bambino di gaza e i suoi occhi meravigliosi, contribuire ad alimentare la spirale di odio che lo ha ucciso; il circolo vizioso per cui più anti semitismo, più credito per israele, più rimozione collettiva, meno diritti umani, più morti a gaza e a tel aviv e così via all’infinito, va chiuso. Gettare in faccia ad un ebreo una contraddizione che ne negherebbe l’esistenza e contemporanemente la memoria non svegliaerà nessuna coscienza ne dissolverà alcun rimosso collettivo ma semplicemente consoliderà un’incubo che non sembra avere mai fine. L’essere ebreo perseguitato, la negazione allo Stato di Israele del diritto a difendersi e ad esistere.
Che piaccia o no è su questo che si fonda tutta la violenza e la sua legittimità. Criticare Israele è possible e necessario ma attenzione, le parole e i concetti che si usano sono troppo spesso fonte solo ed esclusivamente di odio.

Certo che fare? Domanda immensamente legittima.
La cosa che mi sembra più logica è disertare il campo, lavorare sul singolo individuo per diffondere la cultura della pace in maniera da sottrarre umanità alla violenza della guerra e del martirio.
Utopia? Forse ma è anche vero che uno sforzo serio, anche ideologico e culturale in questo senso non si più fatto dai tempi di Ghandi e usare la propaganda di opposte fazioni non mi sembra il modo per ottenere un centimetro quadro in più sul terreno della tutela dei diritti umani.