Approfitto della bella riflessione di Carlo Infante lanciata su Facebook per riversare sul blog un po di zibaldoniche riflessioni che vanno frullando a piede libero nella mia testa negli ultimi tempi.

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….Carlo, come sai siamo sempre sulla stessa lughezza d’onda nell’interpretare i fenomeni di cambiamento legati alla tecnologia. Aggiungerei alla riflesisone un tema che mi sembra sempre più rilevante, sia sotto il profilo tecnico che umanistico. L’identità.

Io vado sostenendo da tempo il superamento della dicotomia on line-off line che è propria di ogni innovazione ict in fase iniziale. Se inizio una conversazione al cellulare con un collega e la termino in ufficio vis a vis nessuno la percepisce come un passaggio dal virtuale al reale e viceversa.

Non appena si ridurrà il numero di interfacce necessarie per collegarsi ai sistemi di conversazione di massa e fenomeni come obiquitus computing e agenti software saranno commodities avremo sempre e solo un problema che attraversa gli ultimi anni della nostra storia. la gestione dell’identità o meglio delle identità.

Profilo utente ed identità andranno a coincidere e al di la delle soluzioni tecniche per garantire privacy e “proprietà” dei dati ci troveremo di fronte allìinnovazione antropologica di poter essere più persone nello stesso tempo. Da un punto di vista politico il problema identitario mi sembra la cifra di questa era. In nome di indentità etniche, di genere, religiose si crea e si distrugge.

L’identità è definitoria dell’esistenza oggi ed è il motore della storia contemporanea.

Allo stesso tempo temi come il cosiddetto precariato minano alla base il processo di generazione di identità della persona. Fino a una ventina di anni fa il “lavoro” era oltre che fonte si sopravvivenza anche il principale carattere identificativo della persona. Sono un operaio, un professore, un impiegato si diceva. Oggi cresce invece una nuova “massa” che è una cosa e ne fa mille altre per sopravvivere. Io sono un poeta ma faccio l’impiegato, sono un fisico ma faccio il rappresentante….

I social network (e la programmazione ad oggetti direi) “realizza” e rende manipolabile tutta una serie di concetti fino ad oggi erano intangibili e confinati nella sfera psicologica e comportamentale o territorio della letteratura e della creatività in genere. Di fatto questo determina una moltiplicazione delle possibilià identitarie e una crisi in tutti quei campi dove la la creatività, la produzione di senso e di immaginari erano delegati alla mediazione di un autore (letteratura e musica e relativi mercati editoriali in crisi ne sono una prova). D’ora in poi io potrò essere i miei Avatar potrò incarnarmi come divinità in diversi “corpi”,  sperimentare la dissociazione/associazione dei numerosi tratti della complessa personalità che ogni essere umano possiede, ha sempre posseduto ma per limiti fisici e tecnologici ha spesso dovuto ridurre a pochissime praticabili possibilità in ristretti e localizzati contesti geografici e sociali.

Cosa significhi in termini antropologici, politici, economici e sociali tutto questo nessuno è in grado di dirlo se non immaginarlo. E’ secondo me un campo di ricerca sul quale andrebbero investite risorse intellettuali e non. Senz’altro il problema della rappresentanza dell’impatto sulla “democrazia” è un terreno sul quale ancora non si è detto un granchè.

Un avatar si aggira per l’europa. (to be continued)