Sto seguendo in questi giorni il dibattito innescato da Wu Ming sulla NIE – New Italian Epic, ovvero, come il nuovo romanzo italiano sta passando dalla sperimentazione alla maturità.
Interessantissimo e di ampio respiro, il saggio, accompagna tante riflessioni che in questi anni andavo facendo tra me e me mentre mi occupavo di tutt’altro (ma non troppo in fondo).
Al di là degli aspetti puramente letterari, il saggio offre un interessante punto di vista anche sulla politica e sul momento storico che stiamo vivendo. Dopo anni di confusione, il quadro si sta semplificando e non è un bel vedere. Cito

Al fondo, tutti i libri che ho menzionato tentano di dire che noi – noialtri,
noi Occidente – non possiamo continuare a vivere com’eravamo abituati,
spingendo il pattume (materiale e spirituale) sotto il tappeto finché il tappeto
non si innalza a perdita d’occhio.
Ci rifiutiamo di ammettere che andiamo incontro all’estinzione come specie.
Certamente non nei prossimi giorni, e nemmeno nei prossimi anni, ma avverrà,
avverrà in un futuro che è intollerabile immaginare, perché sarà senza di noi. E’
doloroso pensare che tutto quanto abbiamo costruito nelle nostre vite e – ancor
più importante – in secoli di civiltà alla fine ammonterà a niente perché tutto
diviene polvere, tutto si dissipa, presto o tardi. E’ accaduto ad altre civiltà,
accadrà anche alla nostra. Altre specie umane si sono estinte prima di noi,
verrà anche il nostro momento. Funziona così, è parte del tutto, la danza del
mondo.
Non siamo immortali, e nemmeno il pianeta lo è. Tra cinque miliardi di anni
la nostra stella madre si espanderà, diverrà una “gigante rossa”, inghiottirà i
pianeti più vicini per poi ridursi a “nana bianca”. Per quella data, la Terra sarà
già da molto tempo essiccata, priva di vita e di atmosfera.
E’ probabile che la nostra specie si estingua molto prima: finora l’intera

Si usa dire che, a causa nostra, “il pianeta è in pericolo”, ma ha ragione il comico americano George Carlin

“Il pianeta sta bene. E’ la gente che è fottuta.”

Il pianeta ha ancora miliardi di anni di fronte a sé, e a un certo punto
proseguirà il cammino senza di noi. Certo, possiamo fare grossi danni e
lasciare molte scorie, ma nulla che il pianeta non possa un giorno inglobare e
integrare nei propri sistemi. Ciò che chiamiamo “non biodegradabile” è in
realtà materiale i cui tempi di degradazione sono lunghissimi, incalcolabili, ma
la Terra ha tempo ed energie per corrodere, sciogliere, scindere, assorbire. E i
danni? Gli ecosistemi che abbiamo rovinato? Le specie che abbiamo
annientato? Sono problemi nostri, non del pianeta. Verso la fine del Permiano,
duecentocinquanta milioni di anni fa, si estinse il 95% delle specie viventi. Ci
volle un po’, ma la vita ripartì più forte e complessa di prima. La Terra se la
caverà, e finirà solo quando lo deciderà il sole. Noi siamo in pericolo. Noi
siamo dispensabili.
Eppure l’antropocentrismo è vivo e vegeto, e lotta contro di noi. Scoperte
scientifiche, prove oggettive, crisi del Soggetto, crolli di vecchie ideologie…
Nulla pare aver distolto il genere umano dall’assurda idea di essere al centro
dell’universo, la Specie Eletta – anzi, per molti non siamo nemmeno una specie,
trascendiamo le tassonomie, siamo gli unici esseri dotati di anima, unici
interlocutori di Dio.

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