Sono appena tornato a casa dopo l’esperienza di Lecce. Tante le cose da raccontare e le persone incontrate, gli stimoli. Non un barcamp ma contenuti di spessore ed un pubblico attento e curioso. Un Grazie a Carlo Massarini, Carlo Infante e Stefano Petrucci, Marco Zamperini, Ivan Tienforti, Maria Teresa Salvati, Antonio Rollo con i quali scambiato idee e battute.

Il Workshop sul Markeitng On line e Web 2.0 cominciato bene ha preso un a piega un po polemica non appena Robin Good si è dato ad una performance delle sue monopolizzando l’attenzione dell’uditorio suonando una tromba da carica e da guerrigliero di punto vestito. Si sa è così, o lo ami o lo odi, sa fare il suo mestiere, dice cose interessanti ed è un maestro nel promuovere la sua crociata. Libertà, indipendenza e denaro fondati sulla qualità dei contenuti, specializzazione degli argomenti, passione e dosi massicce di Search Engine Optimisation e Marketing. Il sogno americano stavolta in salsa salentina. D’altronde eravamo o no su un RING?
Il buon Robin se l’è presa con i “guru” della comunicazione ed i professori che parlano difficile ed inseguono le parole auliche o i neologismi alla moda, tra i quali pare ci fosse anche il sottoscritto e Carlo Infante. Nulla di male, Robin ha continuato da solo, scelto dal pubblico affascinato dal personaggio che e noi lo abbiamo lasciato in buone mani.

Sono d’accordo con Robin, la comunicazione va semplificata, anche tra gli addetti ai lavori che oltre al problema di capire hanno il problema di tradurle in proposte utili a clienti e aziende che vogliono investire in un nuovo modello di comunicazione. Meno d’accordo sulla crociata contro l’approfondimento ed il cercare di comprendere i fenomeni. In qualche modo questo significa fare cultura e apprendere parole nuove, anche astratte come “metaverso”, da dove vengo io, con grande umiltà, era un valore. Si fanno un po accademia, e tra i relatori non a caso c’era un professore universitario, ma l’atteggiamente di sufficienza verso qualsiasi espressione culturale non mi sembra una buona cosa. A parlar aulico si complicano cose magari semplici ma a semplificarle troppo si rischia di non comprenderle a fondo. Il risultato, alla fine è lo stesso. Un trucco.

Personalmente, non ero andato con nessuna delle due intenzioni ma semplicemente con qualche appunto e l’obiettivo di identificare qualche parola chiave (tra le tante buzzword che popolano il web 2.0) per portare qualche esempio pratico; sia di come lavoro quotidianamente, usando flock, twitter, wiki e blog; sia portando qualche esempio interessante di modi intelligenti di fare marketing.

E da qui parto con qualche nota su styleobserver.com un blog attraverso il quale Jean Vouté Pratt, una stilista al di fuori del circuito dei maistram media promuove la sua attività.

the style observer

* is about taking pieces from the runway and making them work in the real world.
* is about sensing where fashion trends are headed.
* is about helping you find your own personal style … that’s current.
* is 80% content. 20% ads. not the other way around.

the style observer

* is not about creating a community of fashion victims.
* is not about pushing unrealistic fashion concepts.
* is not about over spending.

L’obbiettivo del blog è chiaro. Aggiungeteci una dose di Twitter e Facebook ed infine un bel account su Polivore.

E qui veniamo al dunque: Analisi nuda e cruda e un po bastarda di polyvore

Polyvore è un social network geniale: un’applicazione che permette di prendere mescolare e sovrapporre immagini dal web per creare collezioni o interior design. (il massimo per i product manager).

Qualche numero:

  • 1.4 million unique visitors per month
  • 60 million monthly page views
  • 300,000 registered users 10 minutes average session time on site
  • 22 pageviews average per visit
  • 2.2 million sets created
  • 2.3 million products

L’idea è di Mr Pasha Sadri ex-Yahoo’er (he created Yahoo Pipes) non il primo arrivato e funziona alla grande.

Ora cosa ha fatto il genio del marketing?:

ha preso le fashion victims, gli ha dato in mano gli strumenti per sfogare la propria creatività; sognare di entrare nel mondo del fashion sguinzagliandoli alla ricerca delle risoprse sul web (chi vende) e creando un mega spot, scatenando il passa parola e inducendo a spendere, spendere, spendere.

una cosa che Maria de Filippi fa usando la Televisione.

domanda:

come guadagna polyvore ?
secondo voi?

dalle fee dei vari fornitori di moda.

Di fatto ha creato un nuovo canale distristibuzione e comunicazione allo stesso tempo, che si auto – regola sui gusti degli utenti, a costo praticamente zero e con a disposzione un database per analizzare tendenze e desideri del mercato, il tutto senza che gli utenti guadagnino un cent. Presto l’evoluzione porterà ad allargare la revenue sharing anche agli utenti, non appena si creranno cloni di polyvore, il passo successivo? chissà, magari far creare prodotti agli utenti (stile editoria con i libri (lulu.com, IlMiolibro de l’espresso on line, ma qui logistica e industria devono fare la loro, vedi modello DELL).

creatività degli utenti distribuita, potenza del network effect per la comunicazione, logistica ottimizzata e processi industriali fantasmagorici. qualità qualità e qualità.

mantra per il marketing manager e il product manager:
FAI CHE IL TUO TARGET SI COLPISCA DA SOLO

Analisi seria e un po politica. Visto che di modelli sostenibili si parlava al RING

immaginate il nordest come potrebbe copmpetere o anche il salernitano, che invece di stare sotto la legge di gomorra potrebbe produrre per milgiai di stilisti sparsi per il mondo ciascuno con il suo target. tutto legale e trasparente.

ci vorrebbero:

più coraggio nell’assumersi rischi, meno speculazione finanziaria, più economia reale (e il web 2.0 è molto più reale dei derivati) ed una classe politica migliore e più lungimirante: sempre che non sia tardi.

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