Adoro la posta, elettronica o cartacea che sia. E’ utile, è calda, costringe a pensare e soppesare le parole ma soprattutto è senza ritorno. E’ questo l’aspetto che più mi piace della posta. Non parlo dei messaggi rapidi e fugaci per prendere appuntamenti o dare rapidi pareri. Parlo di queli messaggioni belli corposi, nei quali decidi di sfogarti con il capo, dichiararti all’amata, inveire contro lo stato. Lettera aperte agli individui o a te stesso.
Quei messaggi che hai scritto, hai corretto e bum imbuchi lasciandoli scivolare nella cassetta o premendo un bottone.
Dopo? Non torni più indietro quel che fatto è fatto. La posta ha un non so che di definitivo in un’era dove quasi tutto è replicabile, smentibile, rewindabile.
La posta è vera, certifica, testimonia, inchioda alle responsabilità, ai desideri e libera. Mette in una busta  le parole che salgono  in superfice, stanno sulla cresta  il tempo necessario per metterle nero su bianco, ed hanno la forza sufficiente per frangere sul destinatario risucchiandoti via come la risacca. Coem adesso che ho appena spedito questo post assurdo al mio blog.

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