Bdigital-Badge-PiccoloIn questi giorni infiamma il dibattito sui blog e sulla blogosfera: passato, presente e futuro della vita digitale.
Segno che il 2007 non sarà un anno come gli altri per chi a vario titolo si occupa di rete.
L’esplosione dei blog, il fenomeno dei barcamp ed il web 2.0 in generale ne sono responsabili.
In Italia, in particolare i barcamp e una iniziativa di Andrea Toso, (BDigital) stanno raccogliendo gli umori di alcuni dei blogger più attivi.
Insieme all’entusiasmo, emerge, spesso, un certo disagio relativo all’autoreferenzialità di alcune iniziative e di alcune voci. Autoreferenzialità che nascerebbe dalla “corruzione” di una pratica come quella del blogging, legata invece, a più nobili intenti come quelli della condivisione delle esperienze e della conoscenza e con fine ultimo, la costruzione di una società e una cittadinanza digitale scevra dalle derive personalistiche di quella reale che tutti ci opprime, sfrutta, vincola, spersonalizza, annulla, annichilisce. Le orde di uomini di marketing, dei media starebbero ancora una volta attendando alla verginità del pensiero di una moltitudine di innovatori, perseguendo, volgarissimi obiettivi di business.
Da oggi questo disagio ha un manifesto: Il post che non scriverò mai, di Andrea T.
Leggo tra le righe:
si sente puzza di brand ovunque” e “c’è molta puzza di bruciato in questo modo di fare rete e di fare blogging
Andrea, insomma, sente puzza e se la prende con tutti coloro che stanno costruendo la fase 3 dell’evoluzione della blogosfera, quella geek (dopo quella tribale e bucolica e dopo quella letteraria di elite, si, ma aristocratica ed intellettuale e forse un pò più alta) ; quella più enigmatica e che usa gli stessi strumenti che hanno fatto del World Wide Web una bolla speculativa: le metriche ad minchiam, utili a far abboccare “allocchi di passaggio”.
Se la prende con i blogger che stanno cercando di fare del blog un modello di business nvadendo media tradizionali, conferenze, appuntamenti. Quelli più presenzialisti di Costanzo e la De Filippi o quelli che cecano di convincere le aziende che il blog è cosa buona, utile e giusta per il crm, il test bedding, l’inrtanet,, il branding etc…:

L’autoreferenzialità, che nella fase tribale era una forma di auto consapevolezza utile a crescere, nella fase Geek è autocompiacimento misto a lobbismo: i blogger geek sono in attesa che qualche cosa succeda. La difesa di alcuni “nomi” serve a quei “nomi” per fare una rete più piccola, più isolata e più appetibile? I venti d’oltre oceano ci portano rumori di blogger che diventano opinion leader seri e qualificati, gestori di notorietà e di autorevolezza, i venti parlano di denaro e di fama.

Non spetta certo a me la difesa d’ufficio di nomi noti; dal basso della mia assoluta lontananza dalla top ten di tutte le classifiche e dalla mia orgogliosa non notorietà non ne sento il bisogno anche se non ci trovo nulla di male nel fare del blogging un business.
Sento comunque il bisogno di scrivere una lettera aperta perché trovo assolutamente autoreferenziale, e praticamente inutile, continuare a leggere la rete in termini “storicistici” , ideologici e pedagogici come troppe volte vedo fare e, spesso, in occasione di fenomeni emergenti (vedi barcamp, ad esempio) che in qualche maniera e per diverse ragioni sanno raccogliere ed interpretare le dinamiche di un cambiamento in corso.
Sento l’impulso di scrivere anche ogni vota che ci si scaglia contro il business e le sue logiche perverse come se qualsiasi attività che abbia anche un riflesso economico o rechi con se opportunità di impresa, non debba essere intrapresa se non da coloro che sono disposti a scendere a patti con quella “morale”, no profit e caritatevole, non si capisce bene custodita da chi.
Sento bisogno di scrivere perché le stesse voci dei moralizzatori sono quelle che poi lanciano strali contro l’incapacità di una paese, di una classe politica, di chiunque, a sostenere l’innovazione, ad investire, al rischiare al di fuori di logiche che siano quelle delle relazioni personali, di partito, di privilegio.
La rete ed il blogging ha, per sua natura, difese contro queste logiche ed i “contenuti” emergono alla lunga se sono di qualità.
Ipotizzare che, la blogosfera italiana sia autoreferenziale e che una ristretta di “guru” dell’ultima ora apra e chiuda i cancelli della notorietà e delle opportunità del successo fa sorridere non tanto per la sua infondatezza (che non è sempre tale) ma per la limitatezza che tali iniziative hanno e continueranno ad avere proprio in una prospettiva di business.
Prendiamo ad esempio il nanopublishing italiano. Posto che in molti casi i contenuti non sono tutti da buttar via, resta il fatto che immaginare i nanoeditori come uomini ” di potere che regolano la rete ed i suoi rapporti fa sbellicare dal ridere. Casomai hanno sempre capitali asfittici e sono costretti a “miracolare” pochi fortunati premendogli post gratis o acifre miserrime. Fanno quasi pena.
Anche il network di blog meglio congegnato, gestito, se sviluppato in italiano non ha nessuna, lontana possibilità di raggiungere un valore lontanamente comparabile con Gawker Media o Weblog Inc. (acquisita da AOL nell’ottobre del 2005 per 25 milioni di $). Il problema di fondo è la lingue ed il fatto che l’Italia è una piccola provincia del mondo, micoroscopica dell’Impero dell’Internet. . Se parliamo poi di web 2.0, mash ups e communities, le risate si trasformano in lacrime agli occhi.
Posto che ci sia un Web 2.0 italiano e che sforni applicazioni, alzi la mano e faccia il nome chi conosce un solo progetto che possa lontanamente aspirare a capitalizzazioni pari a quelle di Google, Microsoft, Apple, You Tub eetc… Eh vabbè però cosi non vale, dirà qualcuno, peccato che l’algoritmo di google l’ha inventato un Italiano, L’algoritmo per gli Mp3 un’altro italiano e via discorrendo.
Dirò di più, trovatemi il nome di un solo progetto che nasca con anche solo la recondita ed inconfessabile aspirazione a realizzare una impresa del genere e che non sia il transfert di una pia illusione. Eppure Google ha rivoluzionato il modo di vivere di tutti ed ha messo a disposizione di tutti un “valore” che nella storia della conoscenza non credo abbia eguali. E’ un brand dall’anima “pulita e poetica” è vero ma è anche lo strumento che insieme a You Tube ha permesso e permetterà ad una moltitudine impensabile di vedere una cosa come questa:

Alda Merini e milva che cantano il tema di Johnny Guitar. Tutto in un secondo di serendipity. E’ un modello che tutti gli addetti ai lavori di “internet” sogna almeno una volta al giorno.
Scrivo una lettera alla blogosfera, perché nei discorsi che sento sembra che tutto questo si dimentichi facilmente per concentrarsi sulla demolizione di iniziative che proprio perché nate in rete derivano, mutano, si contraddicono. La paura del business vince sempre e comunque, la paura di perdere l’innocenza che, spesso si perde per molto meno e senza accorgersene o peggio perché si ha l’acqua alla gola ed una famiglia da mantenere, trionfa e soffoca anche i sogni più piccoli, l’artigianato del web.
Mi sembra una blogosfera immatura, questa, nei contenuti, che gioca a volare alto in teoria e si scava una fossa profonda nella pratica.
E diciamolo ai blogger, una volta per tutte , anche a quelli della prima ora, quelli della fase tribale, che sono figli anche loro di qualcosa che non è nuovo. Se l’excursus storica di Andrea T lo leggessero Roberto Cicciomessere, Giorgio Rutigliano o quelli che usavano FIdonet, (per non parlare di chi le ha create, Christensen, Suess e Jennings) cosa dovrebbero dire?

Lo scrittore Howard Rheingold, nel suo libro “comunità virtuali”, edito in Italia nel 1994 dalla Sperling & Kupfer, descrive i BBS come “una tecnologia democratica e ‘democratizzante’ per eccellenza”. Rheingold prosegue: “A un prezzo inferiore a quello di un fucile, i BBS trasformano un cittadino qualsiasi in editore, reporter di testimonianze oculari, difensore, organizzatore, studente o insegnante e potenziale partecipante a un dibattito mondiale tra cittadini (…). I BBS crescono dal basso, si propagano spontaneamente e sono difficili da sradicare. Tutte le interreti ad alta velocità finanziate dai governi del mondo potrebbero sparire domani e la comunità delle bacheche elettroniche continuerebbe a crescere rigogliosamente”.

Come a dire: se siamo autoreferenziali è perché mi sembra che ci siamo dimenticati un pezzo di storia recente, anche se 10 o 15 anni per internet equivalgono ad un’era geologica e che sono sempre meno le persone che sanno guardare avanti con gli strumenti che hanno. Manca un sano spirito all’hackeraggio nel senso più esteso deltermine di quel giocattolo che si chiam blog e social network. Questo si è vero.

Eppure al barcamp a Roma di gente che in materia potrebbe dire la sua ne ho conosciuta. Leo Sorge ad esempio qualche esperienza l’ha fatta e l’OpenCamp a Roma il prossimo 14 aprile potrebbe essere una sede ottima dove organizzare una rinfrescatina alla memoria e ridimensionare magari il blogging per poi riprendere di slancio con spirito più collaborativo e un pò più di umiltà.

A corrompere il clima bucolico e rivoluzionario della “fase tribale del blogging” non è certo un manipolo di abili blogger a la mode. c’è altro di cui preoccuparsi e tanto, tanto da fare.

Questa lettera aperta è un appello a spostare il dibattito su questioni più sostanziale, ad impegnarsi di più oltre alla polemiche a cercare di capire che se il 2007 può essere davvero un anno diverso per la blogosfera italiana, è meglio che i temi siano afforntati in maniera più approfondita possibile. E’ necessario che oltra alla divulgazione e al raggiungimento della massa critica si trovi un marchingegno che faccia emergere una “breakthrough innovation” dall’intelligenza collettiva italiana e che esca fuori dalla provincia.

Sarò ambizioso, visionario, illuso ma la vedo così. tutto il resto è fuffa auroreferenziale, critica sterile compresa.

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