Allora mi accingevo a tirare le somme del barcamp e mi sono accorto che ci vorrebbe una settimana di studio. Devo per forza riassumere.
Prima ringraziando tutti coloro che gentilmente lo hanno fatto con me. Troppi per citarli tutti. E andiamo a cominciare.
Parto dalle conclusioni:

  • Non sono sicuro di poter partecipare al Marcamp ma sarò sicuramente al Zenacamp. La mia città natale e le trenette al pesto sono un richiamo irresistibile. Bravi figeau!
  • Lì Parlerò del co-working ovvero il barcamp stanziale
  • Dall’esperienza di Roma ho tratto la convinzione che varrebbe la pena fare un blog dei barcamp italiani, in lingua inglese con il quale instaurare rapporti con altri barcamp internazionali (Europa, USA in particolare)

Divido per temi le riflessioni sul barcamp di Roma e relativo dibattito di questi giorni:

1) autoreferenzialità

il tema è vasto e suscita umori ondivaghi anche nel sottoscritto. Un tema che porta con se legate altre due parole chiave, rapporto con in mainstream media e marchette. Non mi sembra comunque che se possa parlare a proposito per nessuno dei barcamp fino ad oggi svolti. Se non altro per una semplice ragione che tagli la testa al toro: la partecipazione al barcamp è libera: chi partecipa lo fa di sua sponte e sceglie cosa e chi ascoltare; chi presenta lo fa di sua sponte, non paga e parla di ciò che vuole ad un uditorio che può essere esteso ed addirittura accordare standing ovations oppure vuoto.
Gli sponsor pagano di tasca loro e quindi la visibilità che hanno è legittima, e nel caso di Roma, devo dire più che meritata. DolMedia ha fatto un lavoro eccezionale e messo a disposizione di tutti i contenuti che ha prodotto. DomainsBot ha pagato i gadget ed è una delle aziende italiane, fatta di giovani che si regge da sola su un mercato mondiale e sviluppa tecnologia seriamente, non chiacchiere.
San-lorenzo ha mandato il cibo ottimo e saccheggiato a volontà, e questo basta.
Blogger più o meno famosi hanno detto la loro, amplificato l’evento e gli hanno dato spazio sui media e la cosa non capisco che scandalo susciti. Ognuno ha il suo modello di business e si promuove come può. Direi che tutto sommato quello che conta in questo caso è la sostanza ed i contenuti.
Che non ci sia spazio per i blogger comuni lo smentisce direttamente il sottoscritto che non si può annoverare certo tra i guru della rete ma che ha conosciuto un sacco di persone e non si sente assolutamente discriminato. Certo è che se si vuole interagire con il mondo della comunicazione e dell’innovazione si deve avere qualcosa da dire o da fare. Altrimenti non vedo ragione per essere chiamati a “dire la propria”.
Un caso in particolare mi ha colpito quello di Ptumpa e relativa polemica. Non ho seguito la presentazione ma comunque sia andata una sola cosa mi vien da dire.
Se una strart up italiana, di quelle fatte in casa da due otre persone si affaccia in un evento dedicato al web 2.0 e non può parlare senza raccogliere moratorie, cosa deve fare. Ci si lamenta della difficoltà di emergere, di ricevere finanziamenti e supporto e poi proprio dalle persone che dovrebbero avere una sensibilità particolare cosa si sente? Critiche che lasciano il tempo che trovano (che sono comunque pubblicità).
Lasciamo allora lo spazio solo a chi si può finanziare palcoscenici alla Les Web 3 e non ne parliamo più.
Fino a quando no ci togliamo di dosso certo moralismo nei confronti del marketing, anche quello più grassroot possibile non credo che troveremo mai business model validi. In questo senso sarebbe ora che ci togliessimo di dosso il provincialismo soffocante che caratterizza l’economia di questo paese.
Si potrebbe tra l’altro ribaltare facilmente il discorso e dire che certe critiche facili sono un ottimo modo per ottenere visibilità e consenso in un ambiente culturale che vede il business e l’innovazione come strumenti di circuizione morale di masse di consumatori ebeti e da tutelare.

Consapevole di questo clima culturale ho sconsigliato ad un paio di persone che pure lo meritavano di venire a presentare oltre che se stessi la loro attività, sebbene ne avessero avuto ben donde e sarebbero state un ottimo esempio di come reggersi in piedi in questo mercato. Me ne pento in parte perché avrebbero dato un ottimo contributo al romecamp senza nulla togliere a nessuno ed avrebbero promosso attività sulla rete che ne avrebbero giovato e magari trovato collaboratori. Si parla spesso a sproposito cluetrain manifesto ma sembra che ancora debba essere compreso anche dalle persone che dovrebbero sentile le tesi come “naturali” per il proprio ambiente di mercato.

2)Cos’è un barcamp

Altro tema di riflessione che ho visto ampiamente dibattuto, cos’è il barcamp è un’altra domanda che rischia di portarci a discutere di questioni di lana caprina. Un barcamp è quello che viene fuori il giorno che si svolge.
E’ un evento organizzato nella logistica ma non nei contenuti a meno che non gli si voglia dare un tema, cosa per latro interessante da prendere in considerazione.
E’ un movimento ed in quanto tale fluido e dare un tema permetterebbe di organizzarne diversi anche nella stessa città come succede a Parigi, Londra, Los Angeles. E’ un modo per mantenere in contatto un social network la cui geografia si definisce nella blogosfera e sul web e rafforzarla. Costituisce in nuce una forma di organizzazione di quelle imprese loosely coupled che potrebbero produrre mashusps. Costituisce se vogliamo un nuovo ambiente di lavoro, un’occasione per il brain-storming necessario in mestieri dove la creatività è il fattore trainante. Non è un caso che Chris Messina (padre putativo dei barcamp) stia lavorando da un pò al concetto e alla pratica di co working, una versione del barcamp “stanziale”.
Un barcamp, più che un evento è una cultura, una prassi ed una forma organizzativa che interpreta al meglio i legami deboli che le economie di rete richiedono per rispondere alla domanda di un mercato sul quale stanno convergendo settori diversi dai media alla distribuzione commerciale.

3) Rapporto con il resto del mondo

Ho dato un’occhiata veloce ad alcuni barcamp nel mondo e saltano agli occhi alcune cose:
non sempre raggiungono la dimensione di quelli italiani
non stuzzicano la curiosità dei media, il che è segno non di eccezionalità dei contenuti italiani ma che qui chi si occupa di rete è ancora un’ anomalia da studiare.
la presenza di sponsor del settore anche grandi (vedi British Telecom a Londra e maggiore partecipazione nell’organizzazione)
maggiore presenza delle “Università” e dei ricercatori universitari. Cosa sulla quale riflettere. Stanare i geek dalle università sarebbe una cosa interessante e metterli a contatto con chi si occupa di business model o comunicazione e piccole e medie imprese non sarebbe male

Uno delle cose interessanti per i prossimi barcamp sarebbe il gemellaggio con qualche altro baracmp straniero (Los Angeles e San Francisco e Londra in testa) e se le date coincidessero con qualche evento programmato fuori dall’Italia organizzare una sessione remota dove scambiarsi opinioni e conoscersi . Per cominciare si potrebbe fare un bel blog aggregatore di tutti i barcamp italiani , scritto in inglese (traducendo anche i materiali prodotti) con il quel cominciare a dialogare con diversi barcamp esteri.

Nei prossimi giorni vedrò di riorganizzare le idee e di fare una serie di post di approfondimento sui temi:

  • co-working
  • barcampitalia.org
  • crowdsourcing
  • cooperative distribuite: da dove partire?