Il BarCamp è una miniera di idee sin dalla sua organizzazione. Ed in questi gioni che sto organizzando quello di Roma previsto per il 20 gennaio, di idee me ne vengono molte. Troppe.

La più insistente che arricchita dei contributi che ho raccolto a Torino la presenterò come proposta ia Roma

Intanto poche righe per aprire un dibattito sul tema.

Se un titolo l’idea deve avere qullo per ora è grassroot branding. Altrettanto valido però è coopetiva virtuale.

La domanda da cui nasce il ragionamento è semplice: Il Venture Capital è l’unico modello per il successo di una startup?. Se la risposta è si, un saluto e arrivederci alla prossima. Se è no proporrei un ragionamento.

L’esperinza dei BarCamp, almeno a livello italiano mostra che esiste uan più o meno stabile comunità di bloggers che lavorano e studiano attorno ai temi del web 2.0. Contributi molte volte di grande spessore. Sono consulenti, studenti, ricercatori, imprenditori tutti a vario titolo coinvolti nella costruzione di un web italiano dal respiro non sempre internazionale.  Basta scorrere lal lista dei partecipanti e si notano nomi più o meno noti, terminali di una conversazione colelttiva che cresce e si alimenta quotidianemnte.  Da un punti di vista progettuale (o di business)  ci sono tutti i profili necessari alla relaizzazione di progetti di rete. Arcnitetti dell’informazione, copywriter, web designer, project manager, SEO, giornalisti, sviluppatori, ricercatori, community managers.  Ruoli pù o meno definiti che, chi fa, questo mestiere si ritrova a ricoprire a seconda dei progetti ai quali partecipa o che costituiscono un obbiettivo professionale da raggiungere. Comunque un nucleo di risorse qualificate e creative che quotidianamente affrontano un mercato che in Italia definire difficile è riduttivo.
Molte di queste persone colalborano professionalemnte in maniera, talvolta strutturata talvolta distribuita (loosely coupled), in progetti open source ed in progetti commerciali.

L’idea di associarsi e di fare community è sentita ed oggetto di frequente dibattito e si esprime in diverse forme dalla mailing list all’associazione giuridica.

Tutte queste forme mancano però di una caratteristica che dell’ idea che va costruendosi nella mia testa  èinvece la caratteristica distintiva. L’orientamento al mercato. L’orientamento all’operatività

Di solito, si discute e si conversa si elaborano idee e poi ognun per se a “vendere progetti” che per loro natura  richiederebbo, risorse, invesitmenti, competenze più grandi ed una cultura della rete che fa fatica a farsi strada al di fuori degli addetti ai lavori.

Alzi al mano chi non ha ami sentilto lamentare la mancanza di ventur capital in Italia, la miopia delle istituzioni, la soffocante burocrazia o la cortigiana abortività di un capitalismo fondato sulle “relazioni personali”  nate in salotti buoni che crescono nei cortili politici e dopo un po di tempo vanno a morire su un mercato che raramente accetta logiche diverse da quelle dell’efficienza e dell’innovazione.

Eppure tutti avvertono che qualcosa sta cambiando o può cambiare.  Certo qui non siamo nella silicon valley e a dirla tutta non è nemmeno detto che un modello di sviluppo tipo ventur ecapital sia l’unica via, ne la migliore, per far crescere idee e aziende in una Italia ed in na Europa con una cultura profondamente diversa da quella anglosassone.

Unendo però alcuni modelli storicamente di successo come quelli delle cooperative con alcune tendenze emrgenti come il crowdsourcing,la proposizione di un modello tutto italiano mi sembra possible. Se non altro esperibile.

La prima cooperativa virtuale geek. una follia, forse ma cool. E l’esperienza dei barcamp italiani mi sembra un ottimo punto di partenza.

L’idea sarebbe di avviare un processo associativo ed il relativo dibattito che aggreghi il web 2.0 italiano ed i suoi professionisti migliori, i singoli, le microimprese , le  piccole e medie imprese hi tech, attorno una piattaforma (tecnologica, giuridica e di governance) che permetta di supportare al 100% l’attività di una cooperativa (giuridicamente statuita) con un numero adeguato di soci che lavorano sotto lo stesso brand.

le due maggiori novità sarebbero:

  • la tecnologia sviluppata per supportare tutto il ciclo di vita di un progetto: dall’ideazione alla realizzazione
  • il brand.

Partiamo dal brand.  Chiunque si occupi di marketing ma val bene per tutti noi consumatori in genere sa cosa sia e la potenza in termini di mercato e culturali che esprime un brand.  Un marchio.

In un brand si riunice un universo valoriale, uno life style con un enorme potenziale di mercato. in una parola e scevri da ogni approccio ideologico mi verrebbe da dire anche cultura e sviluppo.

Il giocattolo si rompe quando il brand diventa proprietario di un numero ristretto di persone e da un punto di vista tecnologico direi a “codice chiuso”. 
E’ il caso dei brand figli della logica Venture Capitalist. Un nuclo di investitori forti riversa una massa considerevole di risorse nella creazione del brand e quando raggiunge la massa critica lo munge pasando alla cassa e procrastnandone la morte in misura variale alla sua abilità di fare marketing.  Niente di male, benintesi, è per questo che esistono i Venture.

Ma in Italia non funziona.

Esiste però un’altra via ed esistono esempi di successo al di fuori di questa logica.  Sono brand nati da attività cooperativa che sono riusciti a raggiungere una massa critica e a sopravvivere grazie alla loro connessione con il territorio ad una estesa partecipazione dei soci a meccanismi di redistribuzione del valore chiari trasparenti, efficenti e misurabili intermini monetari e di bilancio sociale magari.

E’ la stori a del credito cooeprativo, dei distretti indistriali e delle cooperative nate nel dopoguerra e che hanno assunto un ruolo importate in diverse reigoni del paese. Ciascuno di questi modelli affonda le radici in diversi terreni ideologici che li hanno per così dire fertlizzati  ma non è questo quello che conta oggi. Lascerei da parte la politica e l’ideologia per fare un discorso che abbia una qualche speranza di proiettarsi in un futuro prossimo.Certo nulla è eterno e i “point of failure” in queta catena non mancano. Quello che conta invece sono i due elemeti strutturali di questo modello:

il legame con il territorio e la tensione cooperativa.

Sono due elementi chiave per permettere il fiorire del fattore necessario alla nasciata di un brand: la fiducia, il trust.

Nei BarCamp ho ritrovato tutt’ e due questi elementi.

I barCamp hanno un legame con un territorio  esrpimono una domanda di cooperaizone e partecipazione e si esprimono con un notevole grado di trasparenza.

Allo stesso tempo sono una forma di social netwoek nel senso tencologico del termine, ne sono parte costituente e hanno la caratteristica intrinseca di essere globali, interculturali. Per quanto riguarda poi lo scenario italiano, per fortuna manca l’elemento ideologico. O meglio, ogni tanto fa capolino ma declianto in chiave moderna. Un’affezione al concetto di open source spesso troppo stringente e dall’altraparte un’avversione a tutto ciò che è business e si avvicini minimamente alle logiche di Venture Capitalism. Ma sono elementi in attenuazione ed in ogni caso in diverse maniera conciliabili.

In termini di business, tutti questi elementi, se organizzati possono dar vita ad un esperimento da suo modo innovativo. una cooperativa social network tecnologica in grado di soddisfare una domanda di servizi per la comunicazione  globale,. Una realtà distribuita ma con riferimenti precisi sul territorio e nelle persone che sappia offrire servizi e progetti su un mercato che va ben al di la del territorio dove le idee nascono e prendono vita.

Per questa logica qualcuno usa la parola Glocal. Mi piace: una bella cooperativa virutal e glocal.

niente di nuovo qualcuno dirà. Vero. E’ un processo storico in pieno svolgimento quello che sta portando verso simili modelli. Vero. Si tratta di trovare un modo per acelerarlo. Gli anglosasosno usano il ventur capital per ungere le ruote dell’ingranaggio. In Italia si potrebbe usare la cooperazione.

Chissà che non ne venfa fuori uno strano matrimonio prima o poi.

La tecnologia

Stiamo nautralemte parlando di un mercato in particolare. Il web ed i prodotti e servizi ad esso connesso.  La tecnologia è fondamentale.  

La cooperativa nasce da un progetto e un progetto svilupperebbe come primo atto di genio.

Una piattaforma che funga da groupware per il lavoro condiviso da marketplace per l’allocazione delle risorse, il pricing delle stesse e l’hiring,  da corporate portal per il front end e marketing, da community per il knowledge sharing e il social networking, da auction per il fundraising e procurement su progetti interni e strumentali alla copertura di costi di esercizio e investimenti.

uno strumento di costituzione, dei lavoro, di marketing.

se si raggiungesse una massa critica l’investimento per l’accesso ai servizi (la quota sociale) sarebbe minimo ma le risorse condivise e le economie di scala considerevoli

tutto si regge solo studiando:

  • meccanismi di governance
  • meccanismi di revenue sharing
  • modelli e standard per il project management (per presentare i progetti in maniera comparabile e misurabile)
  • meccanismi per la contrattualistica e le licenze (sul modello creative commons)
  • meccanismi per il controllo di qualità
  • meccanismi per il managemetn della communitty
  • trasparenza
  • massa critica
  • meccanismi per la reputation (stile ebay e amazon)

Un marketplace per il project management tutto sotto un unico brand di proprietà di tutti i soci.

Naturalmente trattasi di delirio tecnologico economico che richederebbe un lungo tempo di incubazione ed una selezione naturale delle persone che decidano di parteciparvi.

Ma questa è un’altra storia. Ne parleremo al RomeCamp.

PS:

aspetto un paio di conferme ma forse sponsor e sede li ho trovati.

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