Il corporate blogging è il nuovo mistero da sciogliere per gli addetti ai lavori di marketing, comunicazione e web manager.

Funzionerà?, Conviene investire?, Quali sono i vantaggi e gli svantaggi?, Che uso se ne dovrebbe fare? Con che obiettivi aprirlo? Come si integra con il resto della comunicazione aziendale? E migliaia di altre domande affollano il web, i forum, le mailing list.

E’ un’opportunità per le piccole e media aziende per fare comunicazione efficacie e visibile a basso costo?

Il primo che risponde avrà centrato un bell’obbiettivo.

Comunqe se cercate di vendere il corporate blogging a qualche boss intanto andate a leggervi l’ottima Amy Gahran che sta raccolgiendo una vera e propria postmeroteca sulla materia. in particolare Persuading Bosses to Allow Weblogs.

Ma chi sta lavorando ad un progetto di corporate blogging che problemi incontra?.

Per ora non ho trovato tante testimonianze in rete quindi comincio con qualche considerazione di mio.

Il principale problema lavorando ad un blog per una piccola e media impresa è probabilmente quello di coinvolgere le persone che la compongono. Un blog è uno strumento vicino a quelli tradizionali della comunicazione aziendale ma diverso per almeno un aspetto fodamenentale. E’ un conversational media. Facilità cioè la conversazione con i propri clienti, partner, tutto l’universo di persone che a vario titolo hanno un “interesse” per quello che l’azienda fa.

Sul blog si è paradossalemnte più liberi di parlare, sia nella forma che nella sostanza e questo fa letteralemnte paura. Si ha paura di comunicare qulache segreto aziendale, di non essere in sintonia con il “brand” aziendale, con tutta quell’insieme di norme e prassi nate in un epoca in cui la comunicazione era “broadcast” e dalla sorgente azienda si propagava ai destinatari . I consumatori. Tra le righe del pour parlè si nascondono invece un sacco di informazioni che non sempre sembrerebbero di “valore” per chi le trasmette.

Questo modello di comunicazione però ha un grande difetto. Non comunica “fiducia”. E’ sempre di più percepito, giustamente, come artefatto, finalizzato ad altro scopo che no la trasparenza e l’informazione.

La risposta classica che fino ad oggi imprese e media hanno dato al problema della “fiducia” quele è stata?. Semplice, il tambureggiamento, l’onnipresenza, la moltiplicaizone del messaggio in tutte le forme e su tutti i mezzi possibili, in maniera da diventare talmente pervasivo, al limite del subliminale, e suprare le barriere della diffidenza.

Nasce il trend, la moda, il cool etc… E i budget pubblicitari si gonfiano a dismisura.

Le PMI sono a questo punto tagliate fuori dalla comunicazione efficiente. Troppi soldi.

All’alba del corprate blogging, ancora troppo spesso si usa questo nuovo mezzo di comunicazione con le regole della pubblicità. Il blog, irrimedialmente non funziona e le PMI lo archiviano come ennesima fregatura.

E invece no. Un blog è utile a saperlo usare. Basta saper rishiare un pochino.

Facciamo un esempio. L’azienda A decide di mettere su il blog, stabilisce una linea editoriale, affida la redazione dei testi ad un signor X, generalmete addetto stampa o copy o qualcosa del genere che prepara un pezzo con tutti i crismi del mestiere, il boss lo approva e ne esce fuori un prodotto simile ad una newsletter. Effetto?. Commenti zero, contatti zero.

Cosa cè di sbagliato?. Il metodo.

Proviamo a vedere come potrebbe andare la nostra storia.

La stessa azienda di prima, una PMI con 20 perosene al lavoro, che si conoscono e condividono a grandi linee filosofia e vision, mette su un blog. Siamo all’inizio e l’incaroco viene affidato al solito addetto stampa o copy o qualcosa del genere, il signor X, che letta una notizia di attualità ci fa su un bel post e, via, lo pubblica.

X è una persona di buon senso, si spera, e non scrive insulti o rivela segreti industriali ma dice come la pensa su alcune leggi che influenzano il suo settore e quindi il suo lavoro e quello dell’azienda. Il Sigonr B, collega o superiore di A, legge il post e non è d’accordo. Invece di telefonare, e chiedere di ritirare il pezzo per riscriverlo secondo la linea dell’azienda, scrive un bel commento al post esponendo le sue idee e argomentando la sua contrarietà.

A quel punto, B se ne accorge e rettifica oppure continua ad argomentare, mentre il collega C decide di dire la sua. Sono tutti addetti ai lavori e la dicussione si arrichisce di spunti e link trovati sulla rete. A questo punto interviene E, che non è un collega ma un consumatore, che mette nero su bianco la sua idea alla quale ne X, ne B, ne C avevano pensato. Risultato, il blog è cresciuto nei contenuti, che sono più riccchi ed interessanti per un maggior numero di persone, l’immagine della PMI ne risulta migliorata poichè il blog racconta la competenza delle persone che vi lavorano, la loro passione per il lavoro che fanno, la volontà di migliorarlo, discutendo al suo interno e, allo stesso tempo, trova spunti e idee da parte dei propri clineti, o futuri tali, dal quale possono nascere, idee e prodotti che ne migliorano l’offerta.

Il tutto al prezzo di bassi investimenti in tecnologie, con un piccolo sforzo nel cambiare le proprie abitudini comunicative e con una buone dose di coraggio, che se si vuole innovare non deve proprio mancare. Il ROI magari è calcolato a spanne ma è senz’altro positivo.

Morale: impariamo ad usare i blog in azienda e soprattutto i commenti. Talvolta sono il vero valore aggiunto del sito.

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